Inutile indire una crociata per
vaccinare i nostri polli. Gli industriali sono costretti da motivazioni
economiche se non vogliono trovarsi improvvisamente sul lastrico, i fanciers
debbono vaccinare per amore dei loro pupilli e per un rispetto della vita. Lo
so. E la vita dei virus, chi la rispetta? Stiamo pur tranquilli, che intanto
non li uccidiamo questi venefici importuni. Ci penseranno loro stessi a mutare
e a darci grane a non finire. La scienza ha solo il compito di giocare a
rimpiattino, dove ogni volta vince l’uno o l’altra, talora ad intervalli
piuttosto brevi. Vediamo cosa offre al Pollo la metodologia del DNA
ricombinante.

Fig.
XVIII. 5 – The
wonderful effects of the new inoculation!
Nell’incisione
di James Gillary del 1802 si comincia a snobbare Edward Jenner e la
vaccinazione antivaiolosa.
Erano trascorsi appena 6 anni dall’avvio di
questa inestimabile conquista (1 luglio 1796).
Le numerose ricerche in merito sono state soprattutto
rivolte ai seguenti obiettivi:
§
identificare
i geni che codificano le proteine-antigene responsabili della risposta
immunitaria
§
selezionare
vettori idonei ad esprimere efficacemente tali geni
§
incorporare
geni esogeni, capaci di codificare gli antigeni immunogeni, in siti o regioni
del genoma del vettore non necessari alla sua replicazione.
Il virus del vaiolo
aviare e l’herpes virus del tacchino e del pollo
hanno mostrato di essere i vettori che meglio rispondono a questi requisiti.
La loro scelta come vettori di espressione di antigeni immunoprotettivi è
dovuta sia alla grandezza del loro genoma, che consente di integrare più
facilmente i geni esogeni che si intende esprimere, sia al fatto che i virus
del vaiolo aviare e dell’herpes del tacchino e del pollo sono innocui e già
largamente noti e impiegati in campo avicolo. Inoltre, essi si moltiplicano e
replicano esclusivamente nel pollo, e possono pertanto essere impiegati con
sicurezza, senza rischio di trasmissione ad altre specie animali.
I vettori finora sperimentati
per esprimere gli antigeni protettivi più importanti del virus di Newcastle
sono costituiti dal virus attenuato del vaiolo aviare e dall'herpes virus del
tacchino e del pollo, nel cui genoma sono stati inseriti singolarmente, o in
associazione, i geni F e HN del virus di Newcastle
[1]
.
Nonostante la dimostrazione che i vaccini ricombinanti esprimenti la proteina
F e quelli esprimenti la glicoproteina HN sono in grado di indurre livelli
notevoli di protezione, i virus ricombinanti in grado di esprimere la proteina
di fusione F hanno finora ottenuto i migliori risultati.
Una ricerca di fondamentale importanza sulle proprietà
immunogene di questa proteina, espressa dall'herpes virus del tacchino, è
quella compiuta da Morgan e coll., i quali hanno paragonato questo vaccino
ricombinante, un vaccino vivo (HB1) e un vaccino inattivato prodotti con le
tecniche convenzionali.
La risposta immunitaria indotta dal vaccino ricombinante
è notevolmente ritardata rispetto agli altri due convenzionali. Infatti la
protezione si instaura nel 100% degli animali soltanto 21 giorni
dopo la vaccinazione. Per quanto concerne l’effetto degli anticorpi materni
sulla vaccinazione, i risultati dimostrano che vi è una protezione superiore
nei gruppi di pulcini vaccinati con vaccino vivo convenzionale.
Nonostante i notevoli progressi ottenuti attraverso l’impiego
di vaccini vettori, essi non posseggono ancora i requisiti necessari per
giustificarne l’impiego pratico. Il notevole ritardo dello stato di
protezione, la scarsa capacità a stimolare l’immunità locale, la
necessità di essere somministrati individualmente, costituiscono le cause
più importanti che per ora limitano il loro impiego nella pratica clinica.
La proteina strutturale VP2
costituisce il principale antigene protettivo del virus di Gumboro. Il primo
vaccino ricombinante è stato ottenuto mediante espressione di questa proteina
in Saccharomyces cerevisiae.
L'antigene virale VP2 sintetizzato da questo lievito è stato utilizzato, dopo
idonea concentrazione e purificazione, per preparare un vaccino sperimentale
emulsionato in adiuvante oleoso. Questo vaccino, inoculato in polli recettivi,
si è dimostrato capace di stimolare la produzione di alti livelli di
anticorpi con sicuri effetti protettivi, confermando così il ruolo
fondamentale della proteina VP2 nel processo di immunizzazione.
Un passo ulteriore nella produzione di vaccini di nuova
generazione contro questa malattia è stato compiuto utilizzando il virus del
vaiolo aviare come vettore d’espressione della proteina protettiva VP2. La
sperimentazione di questo vaccino ricombinante è dovuta a Bayliss e coll.,
con puntura alare a 1 e a 14 giorni di vita. All’età di 28 giorni i vari
gruppi di animali sono stati suddivisi in sottogruppi. Ognuno di questi è
stato sottoposto al ceppo classico virulento 52/70,
da cui proviene il gene protettivo VP2 integrato nel virus vettore, oppure con
il ceppo altamente patogeno CS89 isolato in anni recenti da un grave focolaio
di malattia di Gumboro. Mentre l’immunità prodotta dal vaccino ricombinante
è in grado di proteggere il 95-100% dei pulcini dalla mortalità
provocata dal virus patogeno, non è invece sufficiente ad impedire la
replicazione del virus e conseguentemente la sua attività patogena a livello
della borsa di Fabrizio
.
Per ora il livello di protezione è significativamente
più elevato nei pulcini trattati con vaccino inattivato convenzionale. La
protezione risulta infatti pari al 100% nei
pulcini vaccinati con una sola dose di vaccino convenzionale, mentre scende
all'80% nei pulcini vaccinati con una dose di vaccino vettore,
rendendosi necessarie due dosi per ottenere il 100% di
protezione.
Di particolare interesse sono i recenti studi statunitensi
di Vakharia e coll. Quale vettore di espressione della proteina strutturale
VP2 è stato utilizzato un baculovirus coltivato
su colture cellulari di insetto, Spodoptera
frugiperda. Oltre al diverso tipo di virus vettore utilizzato da questi
ricercatori, anche il gene inserito nel genoma di questo virus per l’espressione
dell'antigene VP2 proviene, anziché dai ceppi classici impiegati nelle
precedenti esperienze, da un ceppo variante di virus di Gumboro isolato negli
Usa, il ceppo GLS. L'antigene VP2 del ceppo GLS espresso in baculovirus è
stato estratto da cellule infette e utilizzato per allestire un vaccino
sperimentale potenziato con adiuvante oleoso. Gli esperimenti confermano che l’antigene
VP2 sintetizzato da un baculovirus ricombinante è altamente immunogeno, come
dimostrano sia i tassi elevati di anticorpi riscontrati negli animali
vaccinati sia la resistenza di questi all'infezione di prova. Dal momento che
questo antigene ricombinante così ottenuto non è infettante né richiede
inattivazione per la preparazione del vaccino, ed è inoltre in grado di
indurre una solida risposta immunitaria, è verosimile che la metodologia
elaborata da Vakharia possa costituire un’importante premessa per lo
sviluppo in tempi brevi di un vaccino costituito da sub-unità virali.
Nonostante queste importanti prospettive per il prossimo
futuro, nessuno dei vaccini o antigeni ricombinanti finora sperimentati ha
comunque dimostrato di essere efficace come i vaccini convenzionali
correntemente impiegati.
I primi vaccini contro questa
malattia erano costituiti da colture cellulari infettate con virus di Marek
attenuato. Successivamente si è fatto ricorso a un herpes virus del tacchino
antigenicamente correlato al virus di Marek. Questi due tipi di vaccino
vengono universalmente utilizzati nella pratica da oltre 20 anni. Altri ceppi
di virus Marek artificialmente attenuati (CVI-988) o naturalmente non patogeni
(SB1, 301B) sono stati successivamente selezionati e, insieme ai vaccini
tradizionali, vengono correntemente impiegati in varia combinazione.
Negli ultimi anni la biologia molecolare ha consentito di
analizzare il genoma del virus di Marek e di altri herpes virus, identificando
così i geni responsabili dello sviluppo dell’infezione e dell’immunità.
Recentemente, nel virus dell'herpes simplex e in numerosi
altri herpes virus, sono stati identificati i geni che codificano le
glicoproteine immunogene. Geni omologhi, corrispondenti a quelli dell'herpes
simplex, sono stati recentemente identificati, clonati e sequenziati anche nel
DNA del virus di Marek. Ciò ha consentito di sviluppare vettori virali
esprimenti alcuni di questi geni, tra i quali il gene che codifica la gB e il
gene della pp38, e di analizzarne il ruolo nell’induzione dell’immunità.
Le ricerche più significative sotto questo profilo sono
quelle compiute da Nazerian e coll. Le prove sono state compiute in pulcini di
un giorno di vita vaccinati comparativamente con un vaccino Marek
convenzionale HVT e con due virus ricombinanti del vaiolo aviare esprimenti
separatamente il gene della gB e quello della pp38.
Il vaccino costituito da virus ricombinante del vaiolo
aviare esprimente il gene gB del virus di Marek è in grado di proteggere i
polli contro la formazione di tumori e contro la mortalità causata sia dal
ceppo classico omologo (GA), dal quale è stato clonato il gene gB, che da
ceppi eterologhi altamente virulenti (RB1B e Md5). Al contrario, il livello di
protezione indotto dal virus ricombinante esprimente la pp38 risulta di scarsa
rilevanza.
Diversi sono i vaccini correntemente impiegati nella
prevenzione della malattia di Marek. Singolarmente, questi vaccini non sempre
sono efficaci contro tutti i ceppi di virus e frequentemente devono essere
impiegati in associazione, sotto forma di vaccini bivalenti o polivalenti,
soprattutto per proteggere il pollo contro i ceppi di virus cosiddetti very virulent o contro ceppi di nuova insorgenza. Inoltre, tutti i
virus vaccini della malattia di Marek, ad eccezione di quelli contenenti l’herpes
virus del tacchino, non sono in grado di produrre virus acellulari, e pertanto
possono essere utilizzati soltanto sotto forma di vaccini associati a cellule.
Il virus vaccino ricombinante sperimentato da Nazerian ha
dimostrato di proteggere sia contro i ceppi classici che contro quelli
altamente virulenti, di replicarsi facilmente su colture di fibroblasti di
embrione di pollo e di produrre virus acellulari ad altissima concentrazione.
Ciò consente la liofilizzazione del vaccino e di conseguenza ne facilita lo
stoccaggio, il trasporto e la somministrazione agli animali. Il virus del
vaiolo, infine, utilizzato come vettore, è in grado di sottrarsi più
facilmente agli effetti negativi degli anticorpi materni che, com'è noto,
esercitano una significativa azione di interferenza sull’attività dei
vaccini Marek convenzionali.
Poiché la vaccinazione dei pulcini di un giorno di vita
è cruciale per un efficace controllo della malattia, l’impatto che gli
anticorpi materni esercitano sull'azione del vaccino vettore di Nazerian
richiede comunque ulteriori approfondimenti e verifiche. Così come sono
necessarie ulteriori ricerche sulla stabilità genetica e sulla durata dell’immunità
da esso prodotta. Occorre in particolare verificare se questa, come avviene
per i vaccini convenzionali, sia in grado di proteggere gli animali per l’intera
durata della vita economica. Se i risultati di queste prove saranno
favorevoli, probabilmente in tempi brevi potremo disporre di un vaccino di
nuova generazione che, per l'ampiezza dello spettro di protezione, per i costi
di produzione e per la praticità di somministrazione, di stoccaggio e
trasporto, costituirà un notevole progresso e miglioramento rispetto ai
vaccini attuali.
Il grave focolaio di influenza,
che nel 1983 colpì l’avicoltura in Pennsylvania, causò all'industria una
perdita economica diretta di 63 milioni US$. Si
calcola che i costi indiretti, dovuti alla ricostituzione degli allevamenti
colpiti e alle ripercussioni sul mercato, salirono a circa 350 milioni US$.
Le variazioni degli antigeni di superficie H e N del virus
dell'influenza, che possono essere di lieve (drift) e talvolta di grande
rilevanza (shift), unitamente al numero cospicuo di antigeni finora
identificati (13 per H e 9 per N), hanno impedito di allestire un vaccino
universale, mentre ciò non accade per vaccini come quelli contro la malattia
di Newcastle, la malattia di Marek e la malattia di Gumboro. Gli stessi
vaccini convenzionali inattivati anti-influenza attualmente disponibili
risultano efficaci solo se periodicamente aggiornati con i ceppi di virus
antigenicamente diversi che frequentemente emergono nelle varie aree
geografiche.
Tutte queste considerazioni, unitamente ai danni ingenti
causati dall’influenza, rendono ragione dell'attenzione che i ricercatori da
tempo dedicano allo sviluppo di un vaccino di nuova generazione contro questa
grave forma morbosa. Poiché l’emoagglutinina (H) e la nucleoproteina (NP)
del virus dell'influenza sono antigeni di fondamentale importanza per l’immunità,
Webster e coll. hanno sperimentato l’attività immunoprotettiva di questi
due antigeni utilizzando come vettore di espressione un ceppo attenuato di
virus del vaiolo aviare. Sia il gene dell'H che della NP, espressi
separatamente o in associazione nei virus ricombinanti del vaiolo aviare,
derivano da un ceppo altamente patogeno del sottotipo H5N8 di virus
dell'influenza.
È interessante rilevare come tutti i pulcini immunizzati
con i vaccini ricombinanti abbiano manifestato le tipiche reazioni da
vaccinazione anti-vaiolo nel punto d’inoculazione, confermando la stabilità
dell'attività replicativa del virus vettore. Alla prova di infezione, tutti i
polli vaccinati con vaccino vettore esprimente la H da sola o in associazione
alla NP, sono risultati protetti dopo il contatto con il ceppo di virus
omologo. Infatti i soggetti non hanno manifestato né sintomi di malattia né
mortalità, e i test di reisolamento del virus challenge
[2]
dalla trachea e dalla cloaca sono risultati negativi, a testimonianza
dell'alto livello di protezione sistemica e locale indotta dal vaccino.
I gruppi di pulcini infettati con il ceppo variante di
virus sono risultati invece protetti contro i sintomi clinici ma non contro l’infezione,
come dimostrano i risultati positivi di reisolamento del virus challenge
sia a livello della trachea che della cloaca. I pulcini vaccinati con vaccino
vettore contenente soltanto il gene NP hanno invece presentato sintomi gravi
di malattia, con alta incidenza di mortalità. La co-espressione della H e
della NP in un medesimo virus vettore non ha dimostrato di migliorare l’attività
immunoprotettiva della sola H ricombinante.
I risultati delle sperimentazioni di Webster e coll.
dimostrano pertanto che la H espressa dal virus del vaiolo ha un potere
immunizzante di notevole efficacia contro l’influenza, soprattutto nei
confronti dei ceppi di virus appartenenti al medesimo sottotipo dell'H
espressa. Sono comunque necessarie ulteriori ricerche e conferme di campo dei
risultati di laboratorio prima di esprimere una definitiva valutazione sulla
possibilità di introdurre questo vaccino nella pratica, sia in sostituzione
che in combinazione con i vaccini inattivati attualmente disponibili sul
mercato.
Il virus della bronchite
infettiva è un coronavirus, che nel pollo provoca una malattia acuta
respiratoria altamente contagiosa. In Italia, come in numerosi altri Paesi
europei ed extraeuropei, l’infezione da bronchite infettiva è spesso
associata a una grave forma di nefrosi.
Le perdite sono causate dalla mortalità e dalle
complicanze respiratorie che si instaurano frequentemente nei broilers,
nonché dal calo di produzione delle uova e scadimento della loro qualità
allorché l’infezione colpisca le galline in periodo depositivo.
Per il controllo della malattia vengono attualmente
impiegati vaccini vivi attenuati e vaccini inattivati. Le correlazioni di
protezione crociata tra i diversi virus della bronchite costituiscono un
notevole ostacolo alla selezione e all’impiego di ceppi idonei per la
vaccinazione. Le esperienze di campo inducono a ritenere che gli insuccessi
dei vaccini sono causati dall’insorgenza o dalla selezione di varianti e
sierotipi di virus diversi da quelli contenuti nel vaccino.
Da ciò scaturisce la necessità di allestire vaccini
dotati di ampio spettro protettivo, capaci di immunizzare contro le numerose
varianti antigeniche. Quest’obiettivo ha indotto diversi ricercatori ad
applicare la biotecnologia anche nella produzione dei vaccini contro questa
grave forma morbosa. Tuttavia, sia a causa delle frequenti variazioni
antigeniche di questo virus, sia per gli insuccessi ottenuti con i virus
ricombinanti finora sperimentati, le prospettive di vaccini di nuova
generazione efficaci contro la bronchite infettiva appaiono, allo stato
attuale delle conoscenze, abbastanza remote.
[1] Questi geni codificano rispettivamente la sintesi della proteina di fusione F e della glicoproteina H - emoagglutinina - e N - neuraminidasi - contro le quali è specificamente diretta la risposta immunitaria contro il virus di Newcastle.
[2] Challenge, in inglese, significa prova, sfida, provocazione.