Ulisse Aldrovandi

Ornithologiae tomus alter - 1600

Liber Decimusquartus
qui est 
de Pulveratricibus Domesticis

Libro XIV
che tratta delle domestiche amanti della polvere

trascrizione di Fernando Civardi - traduzione di Elio Corti

281

 


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Castor referente Plin.[1] vomicas rumpere, purgare, persanare [281] promittens, marrubii succum in ovum inane conijcit, ipsumque ovum infundit <cum> melle aequis portionibus {, tepefactam} <tepefactum>. Idem remedium Serenus[2] repetiit, inquiens:

Ovum defundes in fictile, deinde putamen

Marrubii succo implebis, post melle liquenti

Omnia consociata tepenti prospera potu

{Sumantur} <Sumuntur>[3], reserantque malum, purgantque, levantque.

Come riferisce Plinio, Antonio Castore, nel rendersi garante di far scoppiare, spurgare e risanare gli ascessi, mette dell’estratto di marrubio in un uovo vuoto, e vi versa lo stesso uovo intiepidito con del miele in parti uguali. Lo stesso rimedio lo ha ripetuto Sereno Sammonico dicendo:

Verserai un uovo in un vaso d’argilla, e quindi riempirai il guscio con dell’estratto di marrubio, poi il tutto unito a del miele liquido tiepido viene bevuto con profitto, e fa aprire il bubbone, e lo fa spurgare, e lo fa scomparire.

Sed clarius idem medicamentum a Marcello[4] traditur his verbis: Ovum incoctum, hoc est, crudum in calicem effunditur, et testa eius succo marrubii impletur, et in ipsum (eundem scilicet, in quem ovum depletum est) calicem defunditur, et mellis optimi despumati tantundem. Omnia haec in se permiscentur, ac tepefacta hauriuntur, miro modo vomicas rumpunt, et ad sanitatem laborantem stomachum perducunt. Verum huiusmodi remedium ad hanc historiam minime pertinet: siquidem ovi testa praeter mensuram nullum alium hic usum praestat.

Ma lo stesso medicamento viene riferito in modo più chiaro da Marcello Empirico con queste parole: Si versa in una coppa un uovo non cotto, cioè crudo, e il suo guscio viene riempito con del succo di marrubio che viene versato nello stesso calice (cioè lo stesso in cui l’uovo è stato svuotato), e altrettanto ottimo miele raffinato. Tutte queste cose vengono mischiate tra loro e bevute tiepide, in modo meraviglioso fanno scoppiare gli ascessi e fanno guarire uno stomaco sofferente. In verità siffatto rimedio non è assolutamente pertinente a questo argomento: dato che il guscio dell’uovo in questo caso non serve a nient’altro che come misura.

Gallinaceum adipem intra corpus empyicis[5] tantum dari legimus apud eundem Marcellum Empiricum[6]: cuius haec sunt verba: Anethi sicci veteris pulverem, et resinae pityinae[7] pulverem cum adipe veteri Anserino aut Gallinaceo edendum mane ieiuno empyico cochlearia tria, et vespere tantundem dabis, mire subvenies. Ad phthisim iam aegro vergenti sorbilia ova Avicennae laudantur maxime. Marcellus ad phthisicos ova cruda, inquit, duo in calicem verguntur, eo adijciuntur olei optimi, gari floris, passi Cretici singulorum unciae[8] quinque: cumque haec in calicem conieceris axungiae vetustissimae tantundem in vase igne dissolves, eundemque {liquorum} <liquorem>[9] calidum caeteris rebus adijcies: omniaque pariter super aquam ferventem remittes, et calida phthisicis bibenda praebebis. Pro hecticis[10] albos pullos Marsilius praefert, tanquam minus calidos: sed Gilbertus Anglicus[11] vulgo experimento cognitum esse dicit albos pullos in ventriculo non facile coqui.

Sempre in Marcello Empirico leggiamo che il grasso di pollo viene somministrato internamente solo a coloro che soffrono di suppurazione, e queste sono le sue parole: Al mattino a digiuno darai da mangiare a uno che soffre di suppurazione tre cucchiai di polvere di aneto secco invecchiato e di polvere di resina di pino insieme a grasso invecchiato di oca o di pollo, e altrettanto alla sera, e lo aiuterai meravigliosamente. Per un paziente che sta evolvendo verso la tisi vengono lodate tantissimo le uova da bere di Avicenna. Marcello dice: Per i tisici si versano due uova crude in una coppa, vi si aggiungono cinque once ciascuno [136,4 g] di ottimo olio, di fior fiore di salsa di pesce, di vino passito di Creta: e dopo che avrai messo queste cose in una coppa, farai sciogliere col fuoco in un vaso la stessa quantità di grasso vecchissimo, e aggiungerai questo liquido caldo alle altre cose: e parimenti le metterai tutte quante sopra a dell’acqua che sta bollendo e le darai da bere calde ai tisici. Per coloro che soffrono di febbre continua Marsilio di Santa Sofia preferisce i polli bianchi in quanto meno caldi: ma Gilbertus Anglicus dice che è noto per esperienza comune che i polli bianchi non vengono facilmente digeriti a livello gastrico.

Cum vero in iam dictis pectoris affectibus aegri tussiant, itaque videndum nunquid et tussis hinc sua remedia promere queat. Avicenna in primis ovum sorbile tussi prodesse scribit, sed Plinius[12] solo luteo liquido devorato, ita ut dentibus non attingatur, eam vim attribuit. Idem etiam alibi[13] tussientibus ova cruda cum passo, oleique pari modo dari asserit. Datur item ovo mel permixtum, aut ova trita cum melle, ut Plinii verbis utar, unde et Serenus[14] ait

Ovum melle teres domitum ferventibus undis,

Et sumes.

Ma dal momento che nelle anzidette affezioni toraciche i pazienti tossiscono, bisogna pertanto analizzare se anche la tosse può attingere da essi dei rimedi. È innanzitutto Avicenna a scrivere che l’uovo da sorbire giova in caso di tosse, ma Plinio attribuisce questa facoltà al solo liquido giallo inghiottito in modo tale da non essere toccato dai denti. Sempre lui in un altro punto asserisce che a coloro che hanno la tosse vengano somministrate uova crude con vino passito e la stessa quantità di olio. Parimenti viene somministrato del miele mischiato all’uovo, oppure delle uova sminuzzate insieme al miele, per servirmi delle parole di Plinio, per cui anche Sereno Sammonico dice:

Pesterai un uovo con del miele dopo averlo fatto bollire,

E te lo prenderai.

Sed si ita non cedat tussis, in ovum sorbile ex Marcelli praecepto {mastichae} <mastiches> pulverem immittes: at opus esse ait, ut mox coagitatum statim sorbeas, ne delatione fiat crusta: quo exhausto tussim facile sedanda iri pollicetur, modo id saepe reiteraveris. Alibi etiam omnem tussim, etsi gravem maiorum natu intra quinque dies, parvulorum intra triduum sanare dixit, qui sulphuris triti quantum tribus digitis prehendere potest, in ovo semicocto sorbili per triduum ieiuno aut per quinque dies dederit.

Ma se la tosse dovesse non recedere in questo modo, basandoti su una ricetta di Marcello Empirico metterai della polvere di resina di lentisco in un uovo da bere: ma dice che è necessario che venga bevuto subito non appena miscelato affinché per aver tardato non si formi una crosta: garantisce che dopo averlo bevuto la tosse si calmerà facilmente, basta che tu lo ripeta spesso. In un altro punto ha anche detto che riesce a curare nel giro di cinque giorni qualunque tosse anche se grave delle persone adulte, dei bambini nel giro di tre giorni, colui che somministrerà per tre giorni a digiuno, oppure per cinque giorni, una quantità di zolfo ridotto in polvere che sarà in grado di prendere con tre dita e messa in un uovo à la coque.

Plinius[15] vero medicos, refert, propter tussim resina in ovo fere {in} <e> larice uti. Marcellus ad humidam tussim, ventriculi Gallinacei membranam[16], qua sordes aqualiculi continentur arefactam diligenterque tritam, et cum vino potui datam plurimum conferre, quin im<m>o sanare promittit. Si syncope ab humoribus tenuioribus dependeat, vitelli ovorum dandi erant, iubente Galeno, quod, cum facillime coquantur subito, et multum, et probe nutriant. Sunt qui Gallinae plumam intinctam in aceto, et naribus inditam, ac illitam statim {syncopem} <syncopen> curare referant.

In verità Plinio riferisce che i medici per la tosse si servono della resina di larice messa per lo più nell’uovo. Marcello garantisce che la membrana dello stomaco muscolare del pollo - o ventriglio, in cui è contenuta la feccia della pancia, essiccata e ben tritata, e data da bere con del vino, giova moltissimo in caso di tosse umida, anzi, la fa guarire. Se lo svenimento dipende dai liquidi poco densi, bisognava somministrare dei tuorli d’uovo, come raccomandava Galeno, in quanto, essendo digeriti con estrema facilità, nutrono rapidamente, parecchio e bene. Alcuni affermerebbero che una piuma di gallina intinta nell’aceto e introdotta nelle narici, e soffregata, fa improvvisamente risolvere uno svenimento.

Qui praecordiorum ardore vexantur, etsi febriant, et lumbricis infestentur, hoc remedio, teste Marcello sanabuntur: Ovum crudum inquit, summiter apertum <exinanies>[17], idque implebis oleo viridi, et defundes, et lotio virginis pueri implebis, et defundes: tum adijcies parum mellis, et in unum cum ovi ipsius interioribus permiscebis, et potandum ieiune dabis, hoc stercus vetustissimum et lumbricos noxios pellit, et febrem acutissimam relevat.

Coloro che soffrono di bruciori al petto, anche se hanno la febbre e sono infestati dai vermi, verranno guariti da questo rimedio come assicura Marcello che dice: Svuoterai un uovo crudo aperto alla sommità e lo riempirai di olio verde e lo verserai fuori, e lo riempirai con urina di ragazzo vergine e la verserai fuori: quindi metterai un piccola quantità di miele e mescolerai fino a farla diventare un tutt’uno con il contenuto dell’uovo stesso, e lo darai da bere a digiuno; questa preparazione espelle le feci che ristagnano da molto tempo e i vermi nocivi, e riduce la febbre molto alta.

Stomachicis Dioscorides[18] tradit subditam ventriculo Galli membranam cornu non absimilem, cuius pellis in decoctionibus detrahi solet, siccari, terique et in vino utilissime dari in potu scripsit: Sed Galenus[19] id esse penitus falsum experimento comprobasse se ait. Unde subit admirari, inquit Sylvius, nimium Galeno addictus in ea {haeresi} <haerese> falsa medicos omnes etiam hodie permanere. Putant, opinor, eam vim illi esse quod ea similis sit tunicae internae ventriculi nostri, sed vi tanta coquendi praedita, ut lapillos conficiat. Sed aequius fuerit ex Struthiocamelo sumere, quippe cui mira sit natura coquendi, quae sine delectu devora<ve>rit, ut refert Plinius[20], ut ferrum, et ossa vervecum integra. Unde et pelles eorum[21] cum plumis mollioribus concinnatas stomachicis applicant. Et rursus: An non vident, inquit, harum pellicularum temperamentum vitiari siccatione, et vim illam coquendi vivis inesse, non superesse mortuis: nec fortasse pellibus illis insitam, sed potius a carne multa crassa densaque pelliculam hanc ambiente?

Dioscoride riferisce di far seccare per i malati di stomaco quella membrana non dissimile da un corno adesa allo stomaco del gallo, quella pellicina che abitualmente si stacca durante l’ebollizione, e ha scritto di tritarla e di somministrarla con del vino, ottenendo grandi benefici. Ma Galeno dice di aver dimostrato con un esperimento che ciò è completamente falso. Per cui Jacques Dubois, un po' troppo seguace di Galeno, dice che non può non rimanere stupito del fatto che ancor oggi tutti i medici rimangono fissi in quella falsa tesi. A mio avviso, essi pensano che possiede quella facoltà essendo simile al rivestimento interno del nostro stomaco, ma che è dotata di una capacità digestiva tanto grande da sminuzzare le pietruzze. Ma sarebbe più giusto ricavarla dallo struzzo, dal momento che costui è dotato di una straordinaria capacità digestiva delle cose che ha ingoiato senza gustarle, come riferisce Plinio, come il ferro e le ossa intere dei montoni castrati. Per cui ai malati di stomaco applicano anche la loro pelle - la pelle degli struzzi - guarnita con le piume più soffici. E Jacques Dubois dice ancora: Ma non si rendono conto che il potere di queste membrane di coilina viene rovinato dall’essiccazione, e che quella capacità digestiva è presente nei soggetti vivi, mentre non è più presente in quelli morti: e che forse non è insita neppure in quelle pelli, ma che piuttosto proviene dalla molta carne spessa e densa che circonda tutt’intorno questa membrana?


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[1] Naturalis historia XX,244: Castor marrubii duo genera tradit, nigrum et, quod magis probat, candidum. In ovum inane sucum addit is ipsumque ovum infundit cum melle aequis portionibus, tepefactum vomicas rumpere, purgare, persanare promittens. Inlinit etiam vulneribus a cane factis tusum cum axungia vetere. – La spiegazione di questa fantasmagorica preparazione viene fornita tra poco da Marcello Empirico.

[2] Liber medicinalis.

[3] Conrad Gessner Historia Animalium III (1555) pag. 445: Ad vomicam aut similem tumorem, Ovum defundes in fictile, deinde putamen | Marrubii succo implebis, post melle liquenti | Omnia consociata tepenti prospera potu | Sumuntur, reserantque malum, purgantque levantque, Serenus.

[4] De medicamentis empiricis, physicis ac rationalibus liber.

[5] L’aggettivo greco empyïkós significa purulento, sofferente si suppurazione.

[6] De medicamentis empiricis, physicis ac rationalibus liber.

[7] L’aggettivo greco pitýinos significa di pino, ricavato dal pino.

[8] Vedi Pesi e misure.

[9] Conrad Gessner Historia Animalium III (1555), pag. 443: Cumque haec in calicem conieceris, axungiae vetustissimae tantundem in vase igne dissolves, eundemque liquorem calidum caeteris rebus adiicies: omniaque pariter super aquam ferventem remittes, et calida phthisicis bibenda praebebis, Marcellus.

[10] ‘Che ha la febbre continua’, dal greco hektikós = che ha un’abitudine, abituale, da cui hektikòs pyretós = febbre continua che porta alla consunzione. – La notizia viene da Antonio Guainerio, come riferito da Conrad Gessner Historia Animalium III (1555) pag. 391: Marsilius tamen praefert albos pro hecticis, tanquam minus calidos, {Gaynerius} <Guainerius>.

[11] Compendium medicinae (circa 1250).

[12] Naturalis historia XXIX,42: Prodest et tussientibus per se luteum devoratum liquidum ita, ut dentibus non attingatur, thoracis destillationibus, faucium scabritiae.

[13] Naturalis historia XXIX,47: Dantur et tussientibus cocta et trita cum melle et cruda cum passo oleique pari modo.

[14] Liber medicinalis.

[15] Naturalis historia XXIV,33: Medici liquida [resina] raro utuntur et in ovo fere, e larice propter tussim ulceraque viscerum — nec pinea magnopere in usu —, ceteris non nisi coctis. Et coquendi genera satis demonstravimus.

[16] Aldrovandi ne fa una lunga disquisizione a pagina 199. Si tratta della membrana di coilina del ventriglio, o stomaco muscolare. Nei gallinacei è facilmente staccabile con le sole mani, per cui il pollo è un uccello kasher e oggi ogni Ebreo può cibarsene purché lo abbia accuratamente dissanguato.

[17] Nella fretta Aldrovandi si è dimenticato di svuotare prima di tutto l’uovo: Conrad Gessner Historia Animalium III (1555) pag. 443: Ovum crudum summiter apertum exinanies, idque implebis oleo viridi, et defundes: et lotio virginis pueri implebis, et defundes: [...].

[18] De medicinali materia – traduzione di Jean Ruel – liber II cap. LIII.

[19] De simplicibus liber 11. (Aldrovandi)

[20] Naturalis historia X,2: Concoquendi sine dilectu devorata mira natura, sed non minus stoliditas in tanta reliqui corporis altitudine, cum colla frutice occultaverint, latere sese existimantium. Praemia ex iis ova, propter amplitudinem pro quibusdam habita vasis, conosque bellicos et galeas adornantes pinnae.

[21] Come si può desumere dal capitolo dedicato allo struzzo di Conrad Gessner Historia Animalium III (1555) pagina 713, questa affermazione di Jacques Dubois è riferita alla pelle non dei polli, ma degli struzzi: Struthocameli ventriculus falso laudatur ceu medicamentum quod iuvat coctionem, Galenus 3. de alim. facultatibus. Struthiocamelis mira natura coquendi quae sine delectu devoravit, ut ferrum, et ossa vervecum integra. unde et pelles eorum cum plumis mollioribus concinnatas stomachicis applicant, Sylvius.