Ulisse Aldrovandi

Ornithologiae tomus alter - 1600

Liber Decimusquartus
qui est 
de Pulveratricibus Domesticis

Libro XIV
che tratta delle domestiche amanti della polvere

trascrizione di Fernando Civardi - traduzione di Elio Corti

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Nam si testiculos Veneris stimulos addere verum est, quid [286] ni et sanguinem praestare illud statuendum est, quando ex eo semen in testibus generari debet? Plinius[1] tantam ad generationem promovendam vim hisce testibus tribuit, ut mulierem si a conceptu subinde eos edat, marem parituram existimet. Et Aetius, qui in hac pal<a>estra minus strenui sunt, inter caetera Gallinaceos testiculos esitare praecipit. Inter recentiores Alex. Benedictus Gallinaceum pinguem verno tempore, dempta cute, et inter{r}aneis, sale farctum in umbra suspensum donec arefiat, mox exossatum, atque una cum sale contritum, et in vitrea hamula ad usum conservatum, si obolis[2] duobus bibatur, mire veneris certamina promovere memorat.

Infatti, se è vero che i testicoli aumentano il desiderio sessuale, perché non bisogna affermare che anche il sangue è in grado di farlo, dal momento che nei testicoli il seme deve generarsi da lui? Plinio attribuì a questi testicoli tanta efficacia nel promuovere la capacità di generare da ritenere che se una donna li mangia subito dopo aver concepito partorirà un maschio. Anche Ezio di Amida tra le altre cose prescrive che coloro che sono meno aitanti in questo tipo di attività atletica debbono spesso mangiare testicoli di gallo. Tra gli autori più recenti Alessandro Benedetti rammenta che in primavera favorisce in modo meraviglioso le schermaglie sessuali un gallo grasso se viene bevuto nella dose di due oboli [circa 1 g].dopo avergli tolto la pelle e le interiora e averlo farcito di sale e tenuto appeso all’ombra finché non si è essiccato, quindi disossato e tritato con sale e conservato in un vaso di vetro pronto per l’uso.

Quemadmodum vero quod libidinem augeant testiculi Gallinacei, atque ipsa ova Gallinarum, ita haec testiculorum humanorum vitia etiam sanant: quod Plinius[3] quoque his verbis memoriae prodidit: Infunduntur, inquit, ova, ad virilitatis vitia singula cum ternis passi cyathis[4], amylique semuncia. Galenus[5] pariter ad dolorem, et inflammationem penis, cuminum, et ovorum putamina bene decoqui iubet, ac foveri, indeque effectum mirabilem promittit. Recentiorum nonnulli ad geniturae profluvium corticis ovi cinerem laudant[6]. Sistunt non alvum tantum, sed et menses faeminarum ova in aceto macerata, ut emmolliatur putamen, et in patinis tosta, aut, si maior sit impetus, cruda cum farina ex aqua hausta: ex Plinio[7]. At Sextus ad idem malum Gallinae ovum totum (cum testa nimirum) comburi vult, et conteri, et in vino mixtum illini. Kiranides vero, crudum si sorbeatur, eiusmodi fluxum sistere scripsit. Quod si alba profluvia fuerint, cineris corticis ovi, cineris cornu<s> cervi, farinae succini, seminis anethi singulorum drachmas duas misce, cribra, fiat pulvis, utatur cum aqua. Cinis testarum ovi, Plinio[8] asserente, cum myrrha illitus menses mulieris sistit. Idem praestant, eodem authore, lutea ovorum cocta, et ex vino pota. Si quae mulier menses ordinato tempore non habuerit, tria ova recentia ad duritiem cocta, putamine separato, et minutatim concisa lateri ignito infundat, et vaporem (quod per canalem, aut infundibulum fieri poterit,) utero concipiat: sic fiet, ut paulatim hoc vitium emendetur: Ornithologus[9] ex libro Germanico manuscripto. Videtur autem, inquit, hoc remedium non provocandis mensibus, sed coercendis illis, qui intempestive fluunt, destinatum esse.

Ma, come i testicoli di gallo e anche le uova di gallina fanno aumentare la libidine, così le uova fanno pure guarire le affezioni dei testicoli umani: anche Plinio lo ha tramandato usando queste parole: Le uova vengono somministrate uno alla volta contro i disturbi della virilità insieme a tre ciati [circa 150 ml] di vino passito e una semioncia [circa 14 g] di amido. Parimenti Galeno contro il dolore e l’infiammazione del pene prescrive di far cuocere per bene del cumino e dei gusci d’uovo, e di fare degli impacchi, e promette da ciò un risultato meraviglioso. Alcuni autori più recenti per aumentare la quantità di liquido seminale lodano la cenere di guscio d’uovo. Bloccano non solo l’intestino, ma anche le mestruazioni, le uova macerate in aceto fintanto che il guscio si è rammollito, e arrostite in padella, oppure, se l’entità  - del flusso - è maggiore, bevute crude con farina in acqua: lo dice Plinio. Ma Sesto Placito Papiriense contro la stessa affezione è dell’avviso che tutto quanto l’uovo di gallina (cioè con il guscio) debba essere incenerito e ridotto in polvere e spalmato mischiato a vino. Ma Kiranide ha scritto che se viene bevuto crudo fa cessare tale flusso. Ma se le perdite fossero bianche devi mescolare due dracme ciascuno [circa 7 g] di cenere di guscio d’uovo, di cenere di corno di cervo, di polvere di ambra gialla, di semi di aneto, setaccia, se ne ricavi una polvere, la si usi con acqua. In base a quanto afferma Plinio, la cenere di gusci d’uovo cosparsa insieme alla mirra fa cessare le mestruazioni. Sempre secondo lui ottengono lo stesso risultato i tuorli d’uovo sodi e bevuti con vino. Se una donna non ha avuto le mestruazioni alla scadenza stabilita, deve porre su un mattone arroventato tre uova fresche cotte sode, senza guscio, e finemente tritate, e faccia entrare fino all’utero il vapore (e lo si potrà fare attraverso un tubo o un imbuto): accadrà così che poco a poco questo disturbo si risolverà: lo riferisce l’Ornitologo desumendolo da un libro manoscritto tedesco. E soggiunge: ma sembra che questo rimedio è indicato non per provocare le mestruazioni ma per arrestare quelle che giungono in anticipo.

Si ab inflationibus tentetur vulva, cruda ovorum lutea cum oleo ac vino illita Plinius[10] curare ait. Hippocrates nitro cum resina cocto, et in glandem efformato, adipe Gallinaceo tincto, ac uteri collo imposito foetum mortuum educit. Et Kiranides cor Gallinae adhuc palpitantis coxae alligatum, partum optime accelerare refert: sed Plinio[11] potius adhaeserim, partum adiuvare dicenti tota ova cum ruta, et anetho, et cumino pota ex vino. Nicolaus Myrepsus[12] ad secundas mulieris morantes hoc remedium praescribit: Sapae cyathos duos, ovum crudum unum, et aquae calidae quod satis est, simul mixta bibenda praebeto. Et si sequitur quidem, inquit, confestim ipsam subvertet, atque ea vomente statim {secunda eijcietur} <secundae eicientur>. Si vero non excideri<n>t, foenugraecum cum aqua coquito ad tertias, praebe bibendum. Est enim probatum.[13] Si mulieri matrix prociderit, sunt qui eam ablui cum aqua suadeant, et linteo abstergi, et ungi unguento, quod Martiatum appellant, et postremo inspergi testas ovorum tritas, e quibus pulli exclusi fuerint[14].

Se la vulva è colpita da gonfiori, Plinio dice che i tuorli d’uovo crudi con olio e vino applicati localmente portano a guarigione. Ippocrate fa fuoriuscire un feto morto con del salnitro fatto cuocere con resina e foggiato a ghianda, immerso in grasso di pollo e applicato al collo dell’utero. E Kiranide riferisce che il cuore di una gallina la quale sta ancora sussultando allacciato alla coscia accelera in modo meraviglioso il parto: ma concorderei piuttosto con Plinio, quando dice che facilitano il parto le uova bevute intere con vino insieme alla ruta, all’aneto e al cumino. Nicolaus Myrepsus prescrive questo rimedio contro il ritardo di espulsione della placenta in una donna: Dà da bere due ciati [circa 100 ml] di mosto cotto, un uovo crudo e quanto basta di acqua calda miscelati insieme. E soggiunge: e se si attiene alla prescrizione, la metterà  subito sottosopra, e mentre lei sta vomitando la placenta verrà immediatamente espulsa. Ma se non sarà uscita, fa cuocere del fieno greco con dell’acqua fino a ridurla a un terzo e dallo da bere. Infatti è collaudato. Se a una donna capitasse di avere un prolasso uterino, alcuni consigliano di lavarlo con acqua e di detergerlo con un panno di lino, e di ungerlo con un unguento profumato che chiamano Martiatus, e infine di cospargerlo con gusci d’uovo sminuzzati dai quali sono nati i pulcini.

Atque isti omnes hactenus corporis affectus interni curam suam Gallinaceo generi acceptam referunt. Iam dicendum est de externis, qui hinc pariter sua habent remedia. Ad ignem itaque sacrum Plinius[15] candido ovorum {trito} <trium> cum {amilo} <amylo> quosdam ait uti: et alibi[16], ova cum oleo trita ignes sacros[17] lenire, betae foliis superilligatis asserit, quod Serenus[18] ex eo repetiit, dum canit:

Ovaque cum betis prosunt saepe illita tritis.

Rasis crustam ignis Persici rumpi a stercore Gallinae testatur, si ex eo cataplasma fiat cum melle, et illinatur.

E sino a questo punto tutti questi autori riconoscono che le loro terapie di una malattia interna del corpo sono dovute al genere dei gallinacei. Adesso bisogna parlare di quelle esterne, che parimenti ne traggono i loro rimedi. Pertanto contro il fuoco sacro - carbonchio, erisipela, herpes zoster - Plinio dice che alcuni si servono dell’albume di tre uova con dell’amido: e in un altro punto asserisce che le uova sbattute con olio mitigano le lesioni da fuoco sacro legandoci sopra delle foglie di bietola, e questo l’ha ripreso da lui Sereno Sammonico quando canta:

E spesso giovano le uova spalmate con bietole tritate.

Razi assicura che la crosta del fuoco persiano viene frantumata dallo sterco di gallina se se ne fa un cataplasma con miele e viene spalmato.

Ubi fervor fuerit, inquit Sextus, corpus ovo crudo illines, et desuper folium betae impones, et miraberis sanitatem. Galenus ambustis ovum crudum mox imponit, sive totum una cum vitello agitatum, sive albumen tantum. Refrigerat enim moderate, et sine morsu siccat. Quin im<m>o Plinius[19] ovis tantam ad ambusta facultatem attribuit, ut si a fervente aqua ustio fuerit, et statim ovo ambusta occupentur, pustulas non sentire dixerit: quosdam vero admiscere farinam hordeaceam, et salis parum: quod ex Dioscorid{a}e[20] transtulit in suam historiam[21], qui privatim id de albumine scriptum reliquit: Avicenna tamen, si bene memini[22], vitellum pariter, et albumen humectantis naturae facit, at non nutrimenti magis, ut Ornithologus[23] existimat, quam medicamenti ratione. Nam et Plinium[24] authorem habemus, ovorum vitella durata in aqua, mox super prunas putaminibus exustis, prodesse ad ambusta, si tum lutea ex rosaceo illinantur: praeterea et ipse Ornithologus nescio quo authore, ceu sui oblitus[25] combustionis vestigia, et ex aliis laesionibus <cutis> relicta sanare aqua<m> ex vitellis, et ex albumine destillatis asserit. Et {Arnoldum} <Arnoldus>[26] dolorem ambustorum ab oleo ovorum mitigari scribit. Id autem ex vitellis, non ex albuminibus fit.

Sesto Placito Papiriense dice che là dove c'è un'infiammazione dovrai spalmare il corpo con uovo crudo e ci metterai sopra una foglia di bietola, e rimarrai meravigliato della guarigione. Galeno sulle ustioni mette subito un uovo crudo, sia tutto quanto sbattuto col tuorlo, sia solo l’albume. Infatti le raffredda abbastanza e le fa asciugare senza dare bruciore. Anzi, Plinio ha attribuito alle uova un così grande potere contro le ustioni da affermare che se la scottatura è dovuta ad acqua bollente e le zone ustionate vengono subito ricoperte con uovo, non danno luogo a vescicole: e che alcuni vi mescolano della farina d’orzo e un pochino di sale: questo l’ha dedotto da Dioscoride ponendolo nella sua Naturalis historia, e costui lo ha lasciato scritto in modo specifico circa l’albume: tuttavia Avicenna, se ben ricordo, ritiene dotati di proprietà emollienti equivalenti sia il tuorlo che l’albume, ma non, come ritiene l’Ornitologo, per il fatto di essere dotati più di proprietà nutriente che curativa. Infatti abbiamo anche la testimonianza di Plinio che i tuorli d’uovo fatti sodi in acqua coi gusci subito disintegrati sulla brace giovano contro le ustioni se i tuorli vengono spalmati con olio di rose: inoltre sempre l’Ornitologo e non so in base a quale autore, come se dimenticasse se stesso, asserisce che l'acqua ottenuta dalla distillazione dei tuorli e dell'albume fa guarire i segni lasciati dalle ustioni e da altre cause lesive della cute. E Arnaldo da Villanova scrive che il dolore dovuto alle ustioni viene mitigato dall’olio ottenuto dalle uova. Ma ciò accade grazie ai tuorli e non agli albumi.


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[1] Naturalis historia XXX,123: Gallinaceorum testes si subinde a conceptu edat mulier, mares in utero fieri dicuntur.

[2] Vedi Pesi e misure.

[3] Naturalis historia XXIX,47: Infunduntur et virilitatis vitiis singula cum ternis cyathis passi amylique semuncia a balneis; adversus ictus serpentium cocta tritaque adiecto nasturtio inlinuntur.

[4] Vedi Pesi e misure.

[5] Euporiston 3.279. (Aldrovandi)

[6] La fonte è Alessandro Benedetti. - Conrad Gessner Historia Animalium III (1555) pag. 450: Recentiores ad geniturae profluvium corticis ovi cinerem laudant, Alex. Benedictus.

[7] Naturalis historia XXIX,49: Quidam ita resoluta in patinis torrere utilius putant, quo genere non alvos tantum, sed et menses feminarum sistunt, aut, si maior sit impetus, cruda cum farina et aqua hauriuntur.

[8] Naturalis historia XXIX,46: Membrana putamini detracta sive crudo sive cocto labrorum fissuris medetur, putaminis cinis in vino potus sanguinis eruptionibus. Comburi sine membrana oportet. sic fit et dentifricium. Idem cinis et mulierum menses cum murra inlitus sistit. Firmitas putaminum tanta est, ut recta nec vi nec pondere ullo frangantur nec nisi paulum inflex rotunditate.

[9] Conrad Gessner Historia Animalium III (1555) pag. 444.

[10] Naturalis historia XXIX,44: Sistunt et menses mulierum cocta et e vino pota, inflationes quoque vulvae cruda cum oleo ac vino inlita.

[11] Naturalis historia XXIX,47: Tota ova adiuvant partum cum ruta et anetho et cumino pota e vino.

[12] Nicolai Myrepsi Alexandrini Medicamentorum opus in sectiones quadragintaocto.

[13] Il download da Gessner è evidente dalla sintassi e dai vocaboli usati. Salvo si tratti di un costrutto di Nicolaus Myrepsus, il quale però scriveva in greco, il cui trattato fu tradotto in latino da Leonhart Fuchs: Nicolai Myrepsi Alexandrini Medicamentorum opus in sectiones quadragintaocto. § Conrad Gessner Historia Animalium III (1555) pag. 443: Ad secundas mulieris morantes: Sapae cyathos duos, ovum crudum unum, et aquae calidae quod satis est, simul mixta bibenda praebeto. Et si sequitur quidem, confestim ipsam subvertet, eaque vomente statim {secunda eijcietur} <secundae eijcientur>. Si vero non excideri<n>t, foenungraecum [foenumgraecum] cum aqua coquito ad tertias. praebe bibendum. est enim probatum, Nic. Myrepsus.

[14] La fonte è un autore obscurus, come precisa Conrad Gessner Historia Animalium III (1555) pag. 450: Et ungat unguento quod Martiatum appellant, et postremo inspergat testas ovorum tritas e quibus pulli exclusi fuerint, Obscurus.

[15] Naturalis historia XXIX,41: [...] ad ignem sacrum candido ovorum trium cum amylo. aiunt et vulnera candido glutinari calculosque pelli. § O Aldrovandi disponeva dello stesso testo pliniano di Gessner, o, molto verosimilmente, ha perpetrato sic et simpliciter uno dei suoi tanti download da Conrad Gessner Historia Animalium III (1555) pag. 447: Ad ignem sacrum candido ovorum trito cum amylo utuntur, Plinius. § Discussa è l’interpretazione di cosa fosse l’ignis sacer, che magari fu anche chiamato ignis Persicus – fuoco persiano. Umberto Capitani e Ivan Garofalo (Naturalis historia di Plinio, libro XXVIII, Einaudi, 1986) non citano il carbonchio, e puntualizzano che Celso in De medicina V,26,31 e 28,4  fa una distinzione fra erisipela e herpes zoster (o fuoco di Sant’Antonio), per cui il fuoco sacro dovrebbe poter corrispondere all’herpes zoster. Affascinanti problemi insoluti di medicina antica!

[16] Naturalis historia XXIX,40: Eadem cum oleo trita ignes sacros leniunt betae foliis superinligatis. Candido ovorum in oculis et pili reclinantur Hammoniaco trito admixtoque et vari in facie cum pineis nucleis ac melle modico. Ipsa facies inlita sole non uritur. Ambusta aquis si statim ovo occupentur, pusulas non sentiunt — quidam admiscent farinam hordeaciam et salis parum —, ulceribus vero ex ambusto cum candido ovorum tostum hordeum et suillo adipe mire prodest.

[17] Discussa è l’interpretazione di cosa fosse l’ignis sacer, che magari fu anche chiamato ignis Persicus – fuoco persiano. Umberto Capitani e Ivan Garofalo (Naturalis historia di Plinio, libro XXVIII, Einaudi, 1986) non citano il carbonchio, e puntualizzano che Celso in De medicina V,26,31 e 28,4  fa una distinzione fra erisipela e herpes zoster (o fuoco di Sant’Antonio), per cui il fuoco sacro dovrebbe poter corrispondere all’herpes zoster. Affascinanti problemi insoluti di medicina antica!

[18] Liber medicinalis.

[19] Naturalis historia XXIX,40: Ambusta aquis si statim ovo occupentur, pusulas non sentiunt quidam admiscent farinam hordeaciam et salis parum —, ulceribus vero ex ambusto cum candido ovorum tostum hordeum et suillo adipe mire prodest.

[20] II,44 OvumCandidum ovi nell'edizione di Pierandrea Mattioli del 1554. In questa edizione di Dioscoride quando si sta parlando dell'albume non si fa alcun cenno alla farina d'orzo in caso di ustioni: Ambusta, si statim eo perungantur, pustulas non sentiunt. § Credo che Ulisse voglia farci andare fuori di testa, in quanto il qui di "qui privatim id de albumine scriptum reliquit" non si capisce se è riferito a Plinio o a Dioscoride. Io ritengo che qui, anche se più consono per Dioscoride, vada riferito a Plinio, che oltretutto per l'orzo fa riferimento sia in caso di ustioni che di ulcere da ustioni, ma nel primo caso usa la farina d'orzo con l'uovo intero, nel secondo caso orzo tostato con l'albume. § Mille volte più chiaro e preciso come al solito è Conrad Gessner Historia Animalium III (1555) pag. 441: Ambusta aquis si statim ovo occupentur, pustulas non sentiunt. quidam ammiscent farinam hordeaceam, et salis parum, Plin. E a pagina 445 (De remediis ex albumine ovi): Ambusta si statim eo perungantur pustulas non sentiunt, Dioscor.

[21] E adesso addentriamoci in un dedalo che cercheremo di rendere il meno tortuoso possibile. Innanzitutto bisogna interpretare "ex Dioscoride transtulit in suam historiam". Per historia va ovviamente intesa la Naturalis historia di Plinio. Altrimenti bisogna rivolgersi a un'altra opera di Plinio il Vecchio che sia una historia, un resoconto di carattere medico, quale potrebbe essere l'apocrifo De re medica libri quinque ab innumeris mendarum millibus repurgati libri comparso a Roma nel 1509, attribuito a Plinio, sì, e anch'egli a quanto pare comasco, ma si tratterebbe di Plinius Valerianus (di poco posteriore a Plinio il Vecchio) che assemblò in quest'opera notizie tratte dalla Naturalis historia e da Dioscoride, ma moltiplicando gli errori dei testi originali su cui si basava. Plinio il Vecchio nacque nel 23/24 e morì nel 79 dC. I primi dieci libri della Naturalis historia comparvero nel 77, gli altri 27 sono postumi. Dioscoride visse circa dal 40 al 90 dC e scrisse il suo trattato pare nel 64 dC, secondo altri nel 77 dC. Secondo i più autorevoli studiosi Plinio dovrebbe non aver letto - o meglio, non si sarebbe fatto leggere - l'opera di Dioscoride. Nella Naturalis historia ricorre una volta sola Dioscurides (XXXVII,8), ma si tratta dell'incisore greco di gemme e cammei attivo a Roma tra la fine dell'età repubblicana e gli inizi di quella augustea. Se ci fidiamo di Plinio, tra le sue migliaia di fonti non compare alcun Dioscurides.. Ma la bagarre non è ancora finita: Dioscoride è stato accusato di aver tratto le sue notizie da Plinio. Ma se Dioscoride pubblicò nel 64 ciò è impossibile, e se pubblicò nel 77 è altrettanto impossibile. In conclusione: Plinio e Dioscoride per tutta una serie di dati si sono affidati a ciò che la pratica medica del loro tempo metteva a disposizione. Quindi, a mio avviso, avevano a disposizione le stesse fonti con tutte le possibili varianti circa l'efficacia terapeutica del tale o talaltro rimedio.

[22] Ecco il solito lapsus memoriae dovuto ad appropriazione indebita e ad accidia. Bastava che Aldrovandi controllasse Avicenna: così il lapsus memoriae di Gessner sarebbe stato emendato. – Mi associo all'accidia di Ulisse.

[23] Conrad Gessner Historia Animalium III (1555) pag. 445: Avicenna (si bene memini) vitellum pariter et albumen humectantis naturae facit, nutrimenti nimirum magis quam medicamenti ratione.

[24] Naturalis historia XXIX,45: Utilia sunt et cervicis doloribus cum anserino adipe, sedis etiam vitiis indurata igni, ut calore quoque prosint, et condylomatis cum rosaceo; item ambustis durata in aqua, mox in pruna putaminibus exustis, tum lutea ex rosaceo inlinuntur.

[25] Gessner riporta - correttamente come al solito - l'autore da cui ha tratto la citazione dell'acqua ricavata dai tuorli. Si tratta di Ryffius, cioè Walther Hermann Ryff. Forse chi non era certo dell'identità di Ryffius era Ulisse, che così ha tacciato di deficit mnemonico il povero Gessner, ormai nella tomba. § Conrad Gessner Historia Animalium III (1555), pag. 449: Aqua de vitellis destillata vestigia combustionis et ex aliis laesionibus cutis relicta sanat (ut etiam de albumine destillata) et omnem scabiem cutis: sed multo efficacius ad haec est oleum de vitellis, (de quo supra scripsimus,) Ryffius. – Il supra scripsimus corrisponde a due pagine precedenti, la 447, dove Gessner attribuisce la citazione a Ryffius, e non dice assolutamente se ben ricordo riferendosi a Ryffius, ma un semplice ni fallor, riferito però alla fonte di Ryffius: Liquor de albumine instrumentis chymicis destillatus, oculos refrigerat et confortat: utiliter miscetur collyriis aliisque oculorum remediis. Facies et manus eo ablutae nitore et claritate proficiunt. Cicatrices etiam foedas, combustionis aliarumque noxarum cutis vestigia emendat frequenti illitu, Ryffius ex Brunsuicensi ni fallor. – E secondo Gessner la fonte di Walther Hermann Ryff era rappresentata, verosimilmente, da Hieronymus Brunschwig.

[26] Volendo una volta tanto essere benigno nei confronti di Ulisse, propendo a credere che Arnoldum sia uno degli numerosissimi errori tipografici. Se accettassimo Arnoldus all'accusativo, allora mancherebbe un verbo, e la frase dovrebbe suonare: Ornithologus scribit Arnoldum scribere dolorem ambustorum ab oleo ovorum mitigari. – Infatti suona così la lunga citazione in Conrad Gessner Historia Animalium III (1555), pag. 442: Oleum ovorum salubre et experimentis cognitum est adversus impetiginem aliosque morbos. admixto pauco sanguine gallinae curat scabiem cholericam. iniectum tepidum sedat statim vehementiam doloris in abscessibus aurium, et accelerat concoctionem eorum, aperitque ipsos: et facit nasci capillos. confert etiam adversus fistulas et ulcera melancholica. mitigat dolorem ambustorum et ardorem. cicatricem subtilem reddit, et dentium dolores anique eliminat, si illinatur cum pinguedine anseris. per diem curat aegrum vehementer affectum dolore hepatis propter flatus contracto. colorem corruptum restituit, praesertim in albedine oculorum, Arnoldus de Villano.