Vol. 3° - X

GENI attivi SU FUNZIONI E STRUTTURE

Capitolo 8
Pentadattilia europea: celtica o romana?
terza parte


8.16. I polli corpulenti
ma non pentadattili
degli antichi autori latini

Viene spontanea una domanda: a Roma, o nel Mediterraneo, erano già note altre galline corpulente prima che Varrone descrivesse quelle dotate anche di cinque dita?

Sì, erano note, ma non erano apprezzate dai Romani. Erano i polli di Tanagra, della Media, di Calcide, di Rodi, tutte razze apprezzate per le gallomachie sia dalla maggioranza dei Greci che dagli abitanti di Delo, ma non adatte dal punto di vista riproduttivo. Anche Plinio cita queste razze, limitandosi a metterne in evidenza le qualità battagliere senza sottolinearne la scarsa utilità economica.

Varrone (Rerum rusticarum, III)

(9,6) Nec tamen sequendum in seminio legendo Tanagricos et Melicos et Chalcidicos, qui sine dubio sunt pulchri et ad proeliandum inter se maxime idonei, sed ad partus sunt steriliores.

Tuttavia nella scelta della razza non bisogna lasciarsi attrarre dai galli di Tanagra, della Media e di Calcide, che senza dubbio sono belli e abilissimi nel combattere fra di loro, ma piuttosto improduttivi riguardo alla prole.

(9,19) De tribus generibus gallinae saginantur maxime villaticae. Eas includunt in locum tepidum et angustum et tenebricosum, quod motus earum et lux pinguitudinis vindicta, ad hanc rem electis maximis gallinis, nec continuo his, quas Melicas appellant falso, quod antiqui, ut Thetim Thelim dicebant, sic Medicam Melicam vocabant. Hae primo dicebantur, quae ex Medica propter magnitudinem erant allatae quaeque ex iis generatae, postea propter similitudinem amplae omnes.

Delle tre specie [di galline] vengono ingrassate soprattutto le galline da cortile. Le rinchiudono in un locale tiepido, stretto e buio, poiché il loro movimento e la luce sono controproducenti ai fini dell’ingrassamento, e a questo scopo si scelgono le galline più grosse, e senz’altro non quelle che erroneamente chiamano Meliche, perché gli antichi, come dicevano Theli invece di Theti, così chiamavano Melica la gallina della Media. In un primo tempo erano così chiamate quelle che per la loro grandezza erano importate dalla Media e quelle da loro generate, poi per similitudine tutte quelle che erano corpulente.

Columella (De Re Rustica, VIII)

(2,4) Huius igitur villatici generis non spernendus est reditus, si adhibeatur educandi scientia, quam plerique Graecorum et praecipue celebravere Deliaci. Sed et hi, quoniam procera corpora et animos ad proelia pertinacis requirebant, praecipue Tanagricum genus et Rhodium probabant, nec minus Chalcidicum et Medicum, quod ab imperito vulgo littera mutata Melicum appellatur. (2,5) Nobis nostrum vernaculum maxime placet, omisso tamen illo studio Graecorum, qui ferocissimum quemque alitem certaminibus et pugnae praeparabant.

Non bisogna pertanto disprezzare la rendita derivante da questa razza da cortile, qualora ci si avvalga della tecnica di allevamento praticata da gran parte dei Greci e soprattutto dagli abitanti di Delo. Ma anche costoro, dal momento che ricercavano corpi di alta statura e spiriti ostinati nei combattimenti, apprezzavano soprattutto le razze di Tanagra e di Rodi, e inoltre quelle di Calcide e della Media, che dalla gente incompetente, scambiando una lettera, viene detta Melica. (2,5) A noi piace soprattutto la nostra razza nostrana, lasciando naturalmente da parte quella passione dei Greci che preparavano per le tenzoni e i combattimenti qualsiasi volatile molto focoso.

(2,11) Mares autem, quamvis non ad pugnam neque ad victoriae laudem praeparentur, maxime tamen generosi probantur, ut sint elati [1] , alacres, vigilaces et ad saepius canendum prompti, nec qui facile terreantur. Nam interdum resistere debent et protegere coniugalem gregem, quin et attollentem minas serpentem vel aliud noxium animal interficere. (2,12) Talibus autem maribus quinae singulis feminae comparantur. Nam Rhodii generis aut Medici propter gravitatem neque patres nimis salaces nec fecundae matres, quae tamen ternae singulis maritantur. Et cum pauca ova posuerunt, inertes ad incubandum multoque magis ad excludendum, raro fetus suos educant. Itaque quibus cordi est ea genera propter corporum speciem possidere, cum exceperunt ova generosarum, vulgaribus gallinis subiciunt, ut ab his excusi pulli nutriantur. (2,13) Tanagrici plerumque Rhodiis et Medicis amplitudine pares non multum moribus a vernaculis distant, sicut et Chalcidici. Omnium tamen horum generum nothi sunt optimi pulli, quos conceptos ex peregrinis maribus nostrates ediderunt, et salacitatem fecunditatemque vernaculam retinent.

(2,11) I maschi, anche se non vengono preparati al combattimento né alla gloria che consegue alla vittoria, vengono tuttavia giudicati come di ottima qualità se sono alti, vivaci, vigili e pronti a cantare più frequentemente, e non debbono facilmente spaventarsi. Infatti talora debbono opporre resistenza e proteggere lo stuolo coniugale, fino a uccidere un serpente minaccioso o un altro animale nocivo. (2,12) A siffatti maschi si provvedono cinque femmine ciascuno. Infatti nelle razze di Rodi o della Media a causa del peso né i padri sono eccessivamente lussuriosi né le madri prolifiche, per cui ne vengono date in sposa tre per ciascuno. E dopo aver deposto poche uova, inette all’incubazione e molto più inette a far nascere i pulcini, raramente allevano i loro piccoli. Pertanto, coloro ai quali sta a cuore il possedere tali razze per la bellezza del loro corpo, quando hanno raccolto le uova delle galline di razza, le mettono sotto alle galline comuni, in modo che i neonati vengano da esse allevati. (2,13) I polli di Tanagra, che generalmente sono pari per grandezza a quelli di Rodi e della Media, nel comportamento non sono molto diversi dai polli nostrani, come anche quelli di Calcide. Tuttavia gli ibridi di tutte queste razze sono degli ottimi rampolli, e quelli che le galline nostrane hanno generato, dopo averli concepiti con maschi stranieri, conservano sia la salacità che la fecondità della razza nostrana.

(11,11) Neque est quod committatur ut Rhodiacae aves pavoninis incubent, quae ne suos quidem fetus commode nutriunt. Sed veteres maximae quaeque gallinae vernaculi generis eligantur, [...]

(11,11) Ma badiamo bene a non far covare uova di pavone alle galline della razza di Rodi, che non sono capaci di allevare adeguatamente nemmeno i loro piccoli. Ma si scelgano le galline anziane più grosse di razza nostrana, [...]

Plinio (Naturalis historia X,48)

Iam ex his quidam ad bella tantum et proelia adsidua nascuntur - quibus etiam patrias nobilitarunt, Rhodum aut Tanagram; secundus est honos habitus Melicis et Chalcidicis -, ut plane dignae aliti tantum honoris perhibeat Romana purpura.

Adesso fra questi [galli] alcuni nascono soltanto per frequenti lotte e combattimenti - grazie ai quali hanno nobilitato anche la loro patria, Rodi o Tanagra; il secondo posto è stato dato a quelli della Media e di Calcide -, cosicché la porpora romana [i porporati romani] rende tanto onore a un uccello del tutto meritevole.

Quindi il pollo corpulento e dalle cinque dita, nonché dalle ottime caratteristiche riproduttive tanto apprezzato da Varrone e Columella, era una razza diversa da quelle allevate e apprezzate in Grecia. Credo si possa affermare con discreta sicurezza che si trattava di una nuova razza di importazione: la Dorking.

Se Varrone e Columella concordano sul fatto che le galline migliori sono quelle corpulente, è unanimemente riconosciuta alla Dorking la caratteristica di avere un corpo massiccio, ben diverso da quello slanciato di una Livorno o di un qualunque altro pollo mediterraneo classico. Non sono certo corpulenti come una Dorking , anzi sono l’opposto, sia il gallo del mosaico romano del I secolo aC conservato a Glasgow, sia i due galli combattenti del mosaico romano del I secolo dC riprodotti nelle immagini seguenti.  

Mosaico romano del I secolo dC - Napoli - Museo Archeologico nazionale

Mosaico romano del I secolo aC - Burrel Collection Pollok Country Park - Glasgow

8.17. Il colore degli orecchioni:
discrepanza tra i dati di Columella e la Dorking attuale

Ciò che nella Dorking di Columella contrasta con la Dorking dei secoli più recenti è il colore degli orecchioni: sia nel gallo che nella gallina pentadattili di Columella gli orecchioni sono bianco splendente, rispettivamente maximae candidissimaeque aures per i galli e albis auribus per le galline.

Il colore degli orecchioni dei polli pentadattili non viene invece menzionato da Varrone (o quelli di Varrone erano rossi come il resto della faccia?), e nella Dorking attuale gli orecchioni sono rossi, anche se ai tempi di Edward Brown (1906) erano spesso lievemente soffusi di bianco: “It has a single comb, with red earlobe, though often this is slightly tinged with white, and it has a black breast.”

Essendo l’orecchione bianco un tratto verosimilmente poligenico, non si può escludere che col passare dei secoli l’orecchione della Dorking sia diventato prevalentemente rosso a causa di una selezione di geni modificatori che ne hanno fatto gradualmente perdere l’antico colore bianco.

Anche se i due tratti non hanno nulla in comune dal punto di vista genetico, è di comune osservazione il fatto che le galline con orecchione bianco depongono uova dal guscio bianco, come la Houdan, in cui l’orecchione bianco è nascosto dai favoriti. È pure di abituale riscontro un parallelismo fra orecchione rosso e guscio marrone.

Non si può escludere che l’orecchione bianco della Dorking sia andato via via perdendosi, mentre ancor oggi il suo guscio continua a essere bianco così come, con ogni verosimiglianza, lo era anche nei secoli passati. Infatti se le galline pentadattile tanto decantate da Varrone e Columella avessero deposto uova dal guscio marrone, essi lo avrebbero senz’altro messo in evidenza, in quanto presso gli antichi era scontato che il guscio di un uovo di gallina fosse bianco.

In sintesi: dal punto di vista genetico l’orecchione rosso dell’odierna Dorking e il suo guscio bianco sono del tutto compatibili, come sono geneticamente compatibili l’orecchione bianco e le uova dal guscio marrone di alcune razze spagnole quali la Catalana del Prat, la Vilafranquina negra e la Penedesenca.

Se vogliamo un altro esempio di pollo pentadattilo con orecchione rosso e guscio bianco basta citare il Sultano [2] , nel quale l’orecchione è ovviamente nascosto dai favoriti come accade nella Houdan.

8.18. Concordanza degli autori latini sul colore del piumaggio,
e poi il silenzio fino a Gessner e ad Aldrovandi.
Un silenzio interrotto nel III secolo dC
dal geoponico greco Florentino.

Per quanto riguarda il piumaggio, Varrone, Columella e Plinio - quest’ultimo con le debite correzioni al testo - concordano sul colore rosso e nero, che corrisponde a quello della varietà Dark o Coloured della Dorking, dovuto al gene e+ del dorato.

Nella letteratura latina dopo Plinio e Columella cala il silenzio sulle particolarità somatiche del pollo, fatta eccezione per i pochi cenni di Palladio nel IV secolo dC, il quale, come abbiamo già detto, ci dà un fugace contentino, asserendo che le galline “Sint praecipue nigrae, aut flavi coloris, albae vitentur.”

Dopo Palladio cala anche il sipario sulla letteratura latina avicola e dobbiamo aspettare che Aldrovandi, sulla scia magistrale di Conrad Gessner, pubblichi il suo secondo volume di Ornithologia nel 1600.

Per completezza vale la pena citare anche un altro celebre Ornitologo contemporaneo di Gessner e di Aldrovandi. Si tratta di Pierre Belon (1517-1564) che scrisse L'histoire de la nature des oyseaux (1555) in francese e non in latino. Nonostante la scelta della lingua nazionale, anziché del latino, Belon riporta un condensato assai stringato della congerie di notizie riferite invece per esteso da Gessner e Aldrovandi, e anch’esse tutte quante desunte dagli antichi autori greci e latini. L’unico punto in cui Belon si lascia andare a poche considerazioni pratiche sui polli a lui contemporanei è in occasione della distinzione tra polli nani e polli più corpulenti che vedremo in XI.3.1. Nessun cenno alle cinque dita, sia presso gli antichi che presso i suoi conterranei del versante francese della Manica.

Conrad Gessner fa da battistrada con la precisione che gli è congeniale. A pagina 424 del III volume della sua Historia animalium (1555), quando nel paragrafo Electio riferisce i criteri in base ai quali scegliere delle ottime galline, cita in sequenza i brani che già conosciamo di Columella, Palladio, Plinio e Varrone, incastonandovi però una gemma preziosa: le norme suggerite da Florentino, il geoponico greco - verosimilmente della Bitinia romana - del III secolo dC che raccomanda di scegliere galline dalle dita dispari. Quindi, se nel mondo greco di Aristotele la polidattilia era sconosciuta, in quello di Florentino, a distanza di circa 600 anni, era un criterio di razza eccellente.

Tralasciamo la traduzione dei brani degli autori latini in quanto già nota. Cerchiamo invece di leggere con attenzione quella del testo latinizzato di Florentino: vi scopriremo o un senso di fatalismo circa la pentadattilia, oppure, io credo, una geniale osservazione sull’incostanza espressiva di questo tratto genetico.

Conrad Gessner, Historia animalium III (1555), pagina 424:

electio. Mercari porro nisi foecundissimas aves non expedit. eae sint rubicundae vel fuscae plumae nigrisque pennis, ac si fieri poterit, omnes huius, et ab hoc proximi coloris eligantur: sin aliter, evitentur albae, quae fere cum sint molles, ac minus vivaces, tum ne foecundae quidem facile reperiuntur, atque sunt conspicuae. propter quod insigne candoris ab accipitribus et aquilis saepius abripiuntur. sint ergo matrices probi coloris, robusti corporis, quadratae, pectorosae, magnis capitibus, rectis rutilisque cristulis, albis auribus: et sub hac specie quam amplissimae, nec paribus ungulis, generosissimaeque creduntur, quae quinos habent digitos, sed ita ne cruribus emineant transversa calcaria. nam quae hoc virile gerit insigne, contumax ad concubitum dedignatur admittere marem, raroque foecunda, etiam cum incubat, calcis aculeis ova perfringit, Columella. Sint praecipue nigrae aut flavi coloris, Palladius. Gallinarum generositas spectatur, crista erecta, interdum et gemina, pennis nigris, ore rubicundo, digitis imparibus, aliquando et super quatuor digitos transverso uno, Plin. Qui villaticas gallinas parat, eligat foecundas, plerunque rubicunda pluma, nigris pennis, imparibus digitis, magnis capitibus, crista erecta ampla, hae enim ad partiones sunt aptiores, Varro.

 

Gallinas educaturus eligat foecundissimas: quas nimirum ex usu rerum et experientia dignoscet: im<m>o vero ex pluribus aliis indiciis. In universum enim quae colore flavescunt, et sortiuntur digitos impares, quaeque magna possident capita (tàs ópseis megálas, oculos magnos, Cornarius) cristamque erigunt: nec non nigriores et corpulentiores. Eae omnes gallinae facile mares ferent: multo erunt praestantiores ad partum, ova maxima aedent: ac breviter, generosos excludent pullos, Florentinus

Chi dovrà allevare delle galline scelga le più feconde: senza dubbio sarà in grado di riconoscerle in base alla pratica e all’esperienza: anzi, in base a numerosi altri indizi. Infatti generalmente lo sono quelle che sono di colore fulvo, e che ricevono in sorte le dita dispari, e quelle che hanno la testa grande (tàs ópseis megálas, gli occhi grandi, in base alla traduzione di Janus Cornarius) e che tengono la cresta dritta: nonché quelle che sono di colore più scuro e che sono più corpulente. Tutte queste galline sopporteranno facilmente i maschi: saranno di gran lunga superiori riguardo alla deposizione, faranno delle uova molto grandi: e in breve volgere di tempo daranno alla luce dei pulcini di buona qualità, Florentino.

 

 

Così Florentino, che a mio avviso era un attento osservatore, aveva fondatamente dedotto che le galline, per essere speciali, quasi dovevano accaparrarsi un dito in più per intervento della buona sorte, grazie a un evento imponderabile, come è imprevedibile un quinto dito qualora non si proceda ad accoppiamenti tra soggetti pentadattili, evitando gli ibridi indesiderati. Difficile dire come le cinque dita siano giunte nell’avicoltura greca dei tempi di Florentino. I dati disponibili sono praticamente nulli. Non si può escludere che in questo caso sia stata Roma a espandere nel Mediterraneo l’area genetica della polidattilia dopo averla importata dal mondo celtico dell’Europa del Nord.

Possiamo notare che Gessner non fornisce alcuna considerazione personale relativa alla polidattilia. Verosimilmente a Zurigo e dintorni mancavano polli pentadattili, e Gessner tace. Ma Aldrovandi, assurdamente più che sicuro di essere nelle stesse condizioni di Gessner, spiattella considerazioni personali negative sulla pentadattilia, dedicandosi pure a un’ampia disamina dell’argomento, omettendo però Varrone, nonché Florentino, che viene invece ripetutamente citato per altri argomenti di avicoltura, e precisamente 13 volte, contro le 38 citazioni di Gessner.


A distanza di due anni dalla stesura di questo testo, in cui faccio un elogio a Florentino per le sue doti di attento osservatore e di genetista d'avanguardia, grazie al Professor Antonio Garzya di Napoli ho potuto avere tra le mani nel settembre 2006 il testo originale di Florentino. A questo punto sono costretto a cambiare bersaglio e a riversare le lodi su Gessner. Non è detto che Gessner le meriti, in quanto forse non ebbe mai modo di seguire un allevamento di polli pentadattili o polidattili che dir si voglia. Sta di fatto che il suo modo di tradurre Florentino ha quasi il sapore di una preveggenza dal tono mendeliano.

Le cose stanno in questi termini. Gessner a proposito delle dita dispari adduce il verbo sortiuntur – che ha l'inequivocabile significato di ricevere in sorte – ma l'equivalente di sortiuntur manca nel testo greco. A riprova di ciò vedremo che Janus Cornarius usa semplicemente il verbo habeo (impares digitos habentes) anche se l'equivalente greco di tale verbo non viene usato da Florentino, che ricorre invece a un aggettivo – perittodáktyloi – un aggettivo composto da dáktyloi + perittós che solo eccezionalmente significa dispari, mentre abitualmente significa di numero superiore alla norma. Bisognerebbe poter parlare con Florentino e chiedergli se avesse mai visto galline esadattile oppure octodattile etc., cosa possibile nel regno della polidattilia, ma è più verosimile che avesse osservato solamente galline pentadattile, quindi con un numero di dita che è sì superiore alla norma, ma dispari, per cui accettiamo la traduzione di perittodáktyloi con impares di Gessner e di Cornarius, in quanto le galline pentadattile hanno certamente un numero di dita superiore alla norma.

Ma in data venerdì 17 novembre 2006 sono costretto a riversare le lodi di genetista d'avanguardia su Andrés de Laguna. Se le cose vanno avanti di questo passo, tra una decade le riverserò magari su Omero!

Sta di fatto che la fonte gessneriana del sortiuntur è con ogni probabilità rappresentata da Andrés de Laguna, il quale nella sua traduzione degli ultimi 8 libri dei Geoponica - dal XIII al XX in Ex commentariis geoponicis sive de re rustica etc.(1541) - si esprime così come, nel 1555, si esprimerà Gessner (salvo qualche sinonimo e segno di punteggiatura):

Andrés de Laguna
Ex commentariis geoponicis sive de re rustica etc. (1541)
Liber XIV - De gallinis domesticis caput VII ex Florentino

In universum enim, quae colore flavescunt, et sortiuntur digitos impares, quaeque magna possident* capita, cristamque habent erectam, necnon nigriores et corpulentiores, eae omnes gallinae facile mares ferent, multo erunt praestantiores ad partum, ova maxima edent, ac breviter, generosos excludent pullos.

* L'asterisco rimanda a una nota a bordo pagina di Andrés de Laguna, nella quale si specifica che invece di aspetto - ópseis, di queste galline - egli ha tradotto testa, seguendo quanto affermato da Varrone: Pro aspectu caput vertimus Varronis phrasim sequuti.

Gessner si associa al sortiuntur e alla macrocefalia di Andrés & Varrone e tacitamente dissente dalla macroftalmia di Cornarius, che traduce ópseis con occhi.

Ma Andrés circa la macrocefalia ha scotomizzato Columella. Infatti sia Varrone che Columella affermano che le buone riproduttrici debbono avere la testa grande. - Varrone Rerum rusticarum III,9,4: Qui spectat ut ornithoboscion perfectum habeat, scilicet genera ei tria paranda, maxime villaticas gallinas. E quis in parando eligat oportet fecundas, plerumque rubicunda pluma, nigris pinnis, imparibus digitis, magnis capitibus, crista erecta, amplas; hae enim ad partiones sunt aptiores. - Columella De re rustica VIII,2,8: Sint ergo matrices robii coloris, quadratae, pectorosae, magnis capitibus, rectis rutilisque cristulis, albis auribus, et sub hac specie quam amplissimae, nec paribus ungulis: generosissimaeque creduntur, quae quinos habent digitos, sed ita ne cruribus emineant transversa calcaria.

Insomma, per la macrocefalia siamo di fronte a un passaparola, un passaparola che riconosce questa sequenza:

Varrone
Columella
Andrés de Laguna
Conrad Gessner

Per sortiuntur il passaparola si limita invece a un balzo solo: da Andrés de Laguna a Gessner. Prendiamo Gessner come capro espiatorio, sperando che ci perdoni se per motivi di etologia del pollo tralasciamo Andrés de Laguna.

Non è questo il momento di entrare in minuziosa polemica con Gessner e Cornarius per un problema di etologia del pollo dai risvolti somatici, dato che secondo loro Florentino avrebbe affermato che le galline DOC si distinguono per avere la testa grossa (Gessner) o gli occhi grossi (Cornarius). Per correttezza dobbiamo però stigmatizzare questa boutade di due miei validissimi colleghi (contrariamente a come catalogo Aldrovandi), due validissimi traduttori che però di polli debbono averne maneggiati pochini, masticati, magari, parecchi.

Infatti è un po' difficile ammettere che una delle caratteristiche delle galline di razza pregiata, ottime riproduttrici, debba consistere in una macroftalmia oppure in una macrocefalia. Mi sembra invece più corretto tradurre ópseis con aspetto. Le galline di razza debbono avere sì la testa grande, ma soprattutto non debbono presentarsi mingherline nel resto del corpo, e questo in vista dei ripetuti assalti sessuali quotidiani da parte dei galli. Un concetto, quello della necessità di un aspetto grande e di una mole massiccia, e della sua utilità sessuale, che Florentino subito ribadisce e in modo esplicito anche per le galline dal piumaggio nero.

Ecco in sequenza Florentino, Gessner, Cornarius e - dulcis in fundo - Corti, il quale ha voluto tradurre Florentino in un italiano non elegante ma che rispecchia la sua sintassi.

Geoponica sive Cassiani Bassi Scholastici De Re Rustica Eclogae
Teubner – Stoccarda e Lipsia – 1994 – pagina 411
dal libro 14, capitolo 7 -
Περὶ ὀρνίθων. Φλωρεντίνου. – paragrafi 8-9

8 Χρὴ δὲ τὸν βουλόμενον ὀρνιθοτροφεῖν, ἐκλέγεσθαι τῶν ἀλεκτορίδων τὰς πολυγονωτάτας· καταλαμβάνεται δὲ τοῦτο ἐξ αὐτῆς τῆς χρείας καὶ τῆς πείρας, οὐ μὴν ἀλλὰ καὶ ἐξ ἑτέρων τινῶν τεκμηρίων. 9 ὡς ἐπίπαν γὰρ αἱ ξανθίζουσαι, καὶ περιττοδάκτυλοι, τὰς ὄψεις μεγάλας ἔχουσαι, τόν τε λόφον ἐπῃρμένον, καὶ αἱ μελανόπτεροι, καὶ τοῖς ὄγκοις μεγάλαι, τούς τε ἄῤῥενας οἴσουσι ῥαδίως, καὶ πρὸς ὠοτοκίας κρείττους εἰσί, καὶ τὰ ὠὰ μεγάλα τίκτουσιν, ἐξ ὧν καὶ τὰ νεογνὰ γίνεται γενναῖα.

Conrad Gessner Historia animalium III (1555) pagina 424

Gallinas educaturus eligat foecundissimas: quas nimirum ex usu rerum et experientia dignoscet: im<m>o vero ex pluribus aliis indiciis. In universum enim quae colore flavescunt, et sortiuntur digitos impares, quaeque magna possident capita (τὰς ὄψεις μεγάλας, oculos magnos, Cornarius) cristamque erigunt: nec non nigriores et corpulentiores. Eae omnes gallinae facile mares ferent: multo erunt praestantiores ad partum, ova maxima {a}edent: ac breviter, generosos excludent pullos, Florentinus.

Janus Cornarius
Constantini Caesaris selectarum praeceptionum de Agricultura libri VI Iano Cornario interprete (1541)
Liber XIV De gallinis Florentini caput VII pagina 277

Caeterum qui gallinas alere vult, quam foecundissimas ex eis eligere debet, quae res ex usu et experimento condiscitur. Imo et ex aliis quibusdam signis. In universum enim flavescentes, et impares digitos habentes, et oculos magnos, et cristam erectam, et pennis nigris praeditae, itemque magna corporis mole conspicuae tum mares facile ferunt, tum ad ova parienda praestantiores sunt, pariuntque ova magna, ex quibus etiam pulli generosi excluduntur.

Elio Corti
traduzione del 16 settembre 2006

8 Colui che vuole allevare dei polli, deve scegliere le galline più feconde; ciò lo si può dedurre in base alla pratica stessa e all'esperienza, non solo, ma anche da alcuni altri indizi. 9 Infatti lo sono per lo più quelle che biondeggiano, e con un numero di dita superiore alla norma, quelle che hanno un aspetto grande e la cresta dritta, anche quelle con le piume nere, e grandi di mole, e sopporteranno facilmente i maschi, e sono superiori nel deporre uova, e depongono le uova che sono di grandi dimensioni, dalle quali anche i pulcini nascono di buona qualità.


Ai tempi di Aldrovandi - cioè nel XVI secolo - la pentadattilia doveva essere estremamente rara, come egli afferma a pagina 197 del capitolo I, nel sottocapitolo Forma et descriptio:  

Caeteras partes cum aliis plerisque avibus communes habent: Siquidem quod  Plinius Gallinas probet imparibus digitis, id non de numero dicere voluisse videri posset, sed quod non debeant aeque longi esse, nisi etiam post subiungeret, aliquando et super quatuor digitos transverso uno: nam inde quinque digitos intellexisse, non autem calcar illud quod aliquando eis adnasci ex Aristotele diximus, aperte videmus:  

I polli hanno le rimanenti parti anatomiche accomunabili a quelle della maggior parte degli altri uccelli: dal momento che Plinio apprezza le galline dalle dita impari, potrebbe sembrare che egli non abbia voluto riferirsi al loro numero, quanto piuttosto al fatto che non debbono essere della stessa lunghezza, senonché appena dopo aggiunge anche talvolta anche dalla presenza di un dito disposto obliquamente oltre agli altri quattro: pertanto, infatti, constatiamo chiaramente che voleva intendere cinque dita e non quello sperone che in esse, in base a quanto riferito da Aristotele [3] , abbiamo detto talora spuntare:  

et Columella etiam Gallinas probat, quae quinque digitos habent, ita tamen ne cruribus emineant transversa calcaria. Quare quid de eiusmodi digitis dicam, plane ignoro: cum alioqui pedes pentadactili [pentadactyli] neque in avium hoc genere, nec in alio observari, nisi in monstris ex abundantia materiae videamus: qualis ille pes penctadatilos [pentadactylus] est, quem mihi olim nescio a quo donatum in musaeo meo reservo.  

e Columella apprezza anche quelle galline che hanno cinque dita in modo tale che tuttavia degli speroni non sporgano di traverso sulle zampe. Per cui non so assolutamente cosa dire di tali dita, dal momento che, peraltro, possiamo constatare da un’abbondanza di dati che zampe pentadattile non si osservano né in questo genere di uccelli né in un altro, se non nei mostri: come è quel piede pentadattilo che un giorno mi fu dato non so da chi e che conservo nel mio museo.

 

Alla pagina seguente Aldrovandi ribadisce quanto appena espresso a pagina 197, che cioè ai suoi tempi i polli pentadattili erano del tutto sconosciuti:  

[...] Generosissimae, inquit Columella, habentur, quae quinos habent digitos, sed ita, ne cruribus emineant transversa calcaria; quod Plinius etiam testatur, cuius verba paulo ante citavimus, ubi nostro aevo eiusmodi Gallinas haud dari diximus: cur vero tales Gallinae, quibus nempe calcaria transversa eminent, vitentur, Columella rationem hanc adiungit, quod id virile signum sit, illae vero ad concubitum contumaces, dedignentur admittere marem, raroque etiam foecundae [fecundae] sint, denique cum incubant, calcis aculeis ova perfri<n>gant.  

[...] Columella dice che sono ritenute molto fertili quelle galline dotate di cinque dita ma che non debbono avere speroni che sporgono di traverso sulle zampe, cosa testimoniata anche da Plinio, le cui parole abbiamo citato poco prima, quando abbiamo detto che ai nostri tempi non si riscontrano assolutamente galline siffatte. Sul perché si debbano evitare tali galline dotate appunto di speroni che sporgono di traverso, Columella adduce questa motivazione: si tratta di un segno di mascolinità, sono restie all’accoppiamento, sono sdegnose nell’accettare il maschio, sono anche raramente feconde, e infine, quando covano, rompono le uova con gli speroni della zampa.  

Quindi Aldrovandi – del tutto dimentico di ciò che aveva scritto nel Discorso naturale a proposito del porfirione "Fra questi uccelli altri se ne trovano che hanno cinque dita, sì come il porphirio, quale ho avuto di Spagna, chiamato in lingua loro telamone." (vol. I, VIII,9.4) - afferma in modo esplicito e perentorio che ai suoi tempi non si riscontravano assolutamente polli pentadattili, e neppure un qualsivoglia uccello pentadattilo [4] . La pentadattilia era riservata alle mostruosità ornitologiche e pertanto egli si era premurato di collocare nel suo museo quella zampa pentadattila che non sapeva chi gliel’avesse fornita. Tra le mostruosità del pollo documentate iconograficamente da Aldrovandi troviamo almeno due zampe polidattile, una delle quali - quella pentadattila - era stranamente sfuggita ad Aldrovandi: appartenevano a due soggetti dotati di una zampa soprannumeraria in cui si manifestava la polidattilia (mostruosità 4 e 5 riportate nel II volume - XXI-2.1.f.). Ma, come abbiamo visto in X.7.1., Aldrovandi poteva benissimo esimersi dall’essere così perentorio, in quanto un centinaio di pagine più avanti - 116 pagine per la precisione - una smentita la fornisce egli stesso presentando le immagini di polli pedibus pennatis senza però descriverne la lampante pentadattilia . Insomma, non ci si può fidare neppure di Aldrovandi. Speriamo che almeno Aristotele non abbia subdolamente carpito la nostra fiducia!

Fig. X. 22 – L’inizio del Ruralium commodorum libri XII di Pier de’ Crescenzi
Traduzione italiana stampata nel 1490

A dire il vero, già tre secoli prima di Aldrovandi - e precisamente nel XIV secolo - in Italia qualcuno aveva già parlato di polli dalle dita dispari: si tratta di Pier de’ Crescenzi [5] , che intorno al 1305 aveva scritto Ruralium commodorum libri XII. Ma dubito molto che Crescenzi si interessasse personalmente di avicoltura, o perlomeno di pollicoltura: salvo smentite derivanti da sconosciuti dati biografici, in base al contenuto del capitolo che egli scrisse sulle galline sarei dell’avviso che Crescenzi non aveva né la preparazione né la competenza che dimostrò tre secoli più tardi il suo concittadino Aldrovandi - nonostante le gravi riserve sulla sua credibilità -, il quale aveva addirittura una gallina che vagava per casa e che alla sera andava ad appollaiarsi vicino a lui e tra i suoi libri, specialmente tra quelli più voluminosi [6] .

Infatti il capitolo del Ruralium commodorum che Crescenzi ha dedicato alle galline rivela in modo palese un incipit squisitamente varroniano. Anzi, si tratta di una trascrizione pressoché fedele del testo di Varrone, il quale, come abbiamo già detto, fu invece inspiegabilmente ignorato da Aldrovandi a proposito degli imparibus digitis. Ecco il testo di Pier de’ Crescenzi nella traduzione italiana del XIV secolo, affiancato da quello del Rerum rusticarum di Varrone:

Crescenzi - Libro IX - Di tutti gli animali che si nutricano in villa - capitolo LXXXVI - Delle galline - pagina 239 - Colui che perfecte galline vuole havere dee elegere le feconde che spesse volte sono quelle di rossa piuma elle [penne?] nere & di impari dita & di grossi capi & di levata cresta e ampia queste in verita a parto sono migliori. Le bianche al tutto si schifono. I galli vogliono essere nerboruti con rosseggiante cresta & con corto beccho & acuto & grosso con occhi neri colla penna del collo rossa & di colore vario o vero dorato co femori pilosi con gambe corte & unghie lunghe con code grandi & con ispesse penne spesso gridanti & battaglieri & in battaglia pertinaci & cogli animali che nuocono alle galline non solamente non temano ma ancora contro alloro vadino. Se dugento nutrire ne vorrai luogho chiuso è da avere nel quale due gabbie di loro abituro [...]

Varrone III,9,4-6: Qui spectat ut ornithoboscion perfectum habeat, scilicet genera ei tria paranda, maxime villaticas gallinas. E quis in parando eligat oportet fecundas, plerumque rubicunda pluma, nigris pinnis, imparibus digitis, magnis capitibus, crista erecta, amplas; hae enim ad partiones sunt aptiores. Gallos salaces qui animadvertunt, si sunt lacertosi, rubenti crista, rostro brevi pleno acuto, oculis ravis aut nigris, palea rubra subalbicanti, collo vario aut aureolo, feminibus pilosis, cruribus brevibus, unguibus longis, caudis magnis, frequentibus pinnis; item qui elati sunt ac vociferant saepe, in certamine pertinaces et qui animalia quae nocent gallinis non modo non pertimescant, sed etiam pro gallinis propugnent. Nec tamen sequendum in seminio legendo Tanagricos et Melicos et Chalcidicos, qui sine dubio sunt pulchri et ad proeliandum inter se maxime idonei, sed ad partus sunt steriliores. Si ducentos alere velis, locus saeptus adtribuendus, in quo duae caveae coniunctae magnae constituendae, [...]

Il testo di Crescenzi prosegue fornendo sintetiche norme di avicoltura che non hanno nulla di diverso rispetto a quanto è possibile reperire in Varrone e Columella, ma di entrambi questi autori non viene mai fatta menzione, mentre Palladio viene citato per ben due volte.

Già allora l’anonimo traduttore toscano del XIV secolo commetteva un errore non del tutto banale, poi divenuto frequente anche presso alcuni suoi colleghi odierni: quello di attribuire l’aggettivo amplas non alla struttura fisica delle galline, bensì alla loro cresta.

Stando al testo di Crescenzi, si dovrebbe concludere che nel 1300 in Italia forse si allevavano - o era molto consigliabile allevare - solo galline “di rossa piuma elle [penne?] nere & di impari dita & di grossi capi & di levata cresta e ampia”. Nessun accenno ad altre razze: a razze nane, a razze ciuffate, a razze strane. Ma credo che le cose non stessero così. Crescenzi apre il capitolo sulle galline con il testo di Varrone senza prendersi la briga di documentarsi su eventuali altre razze allevate dai contadini del suo tempo. Sappiamo per certo che l’avicoltura è molto dinamica, il pollo presenta facilmente mutazioni genetiche, e a distanza di 1400 anni dai tempi di Varrone ci sarà pur stata in Italia una razza pregevole tanto quanto la pentadattila così decantata dagli antichi Romani.

Vorrei sottolineare che a mio avviso Crescenzi non ha avuto un lapsus, né un’amnesia: cioè l’omissione del testo di Varrone relativo alle razze di Tanagra, della Media e di Calcide. Forse gli sarà parso opportuno non appesantire l’argomento con razze che in Italia ormai da secoli erano cadute nell’oblio. Al contrario, non si sarà forse neppure chiesto cosa potessero rappresentare quelle galline dalle dita dispari, e non si è premurato di amputare quei fatidici imparibus digitis che ci stanno ossessionando.

Che Pier de’ Crescenzi non fosse ferrato in avicoltura – e che quindi non facesse testo – lo aveva già affermato e ribadito Alessandro Ghigi in Gli animali da cortile i pesci e le api nel libro IX dei Ruralium Commodorum Libri di Pier de’ Crescenzi (1933). Vale la pena meditare la lunga e scorrevole chiacchierata di Ghigi:

Pier de' Crescenzi, seguendo il metodo dei rustici latini, ai quali Egli si ispira in tutta la sua opera, dedica la seconda parte del libro nono, riservato a quell'arte che oggi si chiama Zootecnia, all'allevamento dei piccoli animali domestici e di altri ancora, come lepri, pesci, tortore e tordi, che vengono, dopo la loro cattura, per un certo tempo ingrassati artificialmente in luoghi adatti. Per farsi un'idea dell'ordine e della qualità della materia trattata, diamo qui l'elenco dei capitoli dedicati agli animali suddetti, i quali vanno dall’lxxx fino al cv. [...]

Sono dunque 14 capitoli dedicati agli animali da cortile ed ai pesci, mentre 12 trattano delle api. Ciò basta per dare un'idea dell'importanza attribuita a queste ultime dal nostro autore, in confronto agli altri animali da cortile.

Qui cade in acconcio di rilevare come la concezione degli studi riguardanti l'allevamento degli animali da cortile, dei pesci e delle api, quale appartenne ai fondatori dell'Istituto Superiore di Agraria di Bologna, (che li vollero riuniti nel corso di «Zooculture») e quale fu successivamente mantenuta, è la concezione dei georgici latini conservata da Pier de' Crescenzi.

Bisogna convenire che Pier de' Crescenzi nella trattazione di tutta questa materia non dà prova di originalità, né si può dedurre che Egli abbia fatto in proposito qualche osservazione od esperienza personale. Anzi Egli stesso nel Cap. 1 dice chiaramente che esporrà ciò che ha potuto sapere «così per dottrina degli antichi savi, come per esperienza dei moderni». Ciò che Egli scrive è, più o meno, tratto e spesso addirittura copiato da Varrone e, subordinatamente, da Palladio. Nel trattato delle api molto è di Virgilio. Potrebbe parere strano che il Rustico bolognese abbia considerato come fondamentale l'opera di Varrone e non abbia ricorso a Columella, il quale per quel che si riferisce all'avicoltura può considerarsi, fra i quattro Rustici latini, l'unico vero trattatista.

Per chiarire meglio il mio pensiero dirò che il Trattato di Columella potrebbe, con adeguato commento, essere stampato e diffuso anche oggi: esso contiene i fondamenti dell' avicoltura e dell' apicoltura, mentre gli altri due sono da considerare, oggi, insufficienti. A Marco Terenzio Varrone spetta indubbiamente il merito di essere stato il primo a scrivere ampiamente di avicoltura, ma Columella ha aggiunto molte altre osservazioni a quelle di Varrone. Senonché l'avere Pier de' Crescenzi ricorso a Varrone più che a Columella, conferma a parere nostro che sono nel vero Filippo Re, Jacopo Morelli e Luigi Savastano nel ritenere che Piero abbia avuto conoscenza diretta soltanto di alcuni brani dell'opera di Columella, di quelli cioè che, prima della scoperta di un codice del suo trattato di agricoltura, fatta da Poggio Bracciolini, nel 1424, nel Monastero di San Gallo presso Costanza, potevano essere noti nel Secolo xiii (Cfr. Savastano - Contributo allo studio critico degli scrittori agrari italici Pietro dei Crescenzi - Acireale,  1922).

Se il nostro autore ha attinto in massima parte dai Rustici latini, è peraltro supponibile che Egli, per quel che si riferisce al genere degli animali allevati e agli usi in corso nel suo secolo, abbia riferito cose esistenti e non abbia raccontato come usati, allevamenti che non lo erano più. L'opera del Crescenzi è dunque importante in quanto ci fa conoscere quali fossero le pratiche più comuni ai suoi tempi. A questa conclusione sono indotto dalla considerazione che Varrone dedica un capitolo all'allevamento delle lumache ed un altro all'allevamento dei ghiri, dei quali animali il Crescenzi, non parla. È nota l'importanza che presso i romani avevano i Cochlearia ed i Gliraria: essi dovevano essere stati abbandonati se Piero non ne parla e perciò è da supporre fossero invece in uso tutti gli altri allevamenti di cui Piero tien conto.

Così pure il Crescenzi non parla dell'allevamento del baco da seta. Possiamo dedurre che alla fine del secolo xiii questo allevamento, almeno nella campagna bolognese, non era molto diffuso. Esso però era indubbiamente praticato, come ne fa fede lo stesso Piero quando, parlando del gelso (Libro v, cap. xiv), si duole di coloro che spogliano l'albero. delle foglie, da sole o, peggio, attaccate ai ramoscelli, «come spessamente usano di far le troppo leste femmine, quando le colgon per esca de’ vermini, che fan la seta».

Delle galline. — Il capitolo dedicato alle galline non ha estensione adeguata all'importanza dell'argomento, né alla trattazione che ne fanno i rustici latini. Come questi, il nostro autore consiglia, come migliori, «le galline di rossa piuma, e penne nere, e d'impari dita, e di grossi capi, e di levata cresta, e ampia». Sarebbe molto importante poter sapere se nel 1300, in Italia, abbiano esistito tante galline a 5 dita da potere consentire l'esercizio di una scelta: malauguratamente rimane il dubbio che il Crescenzi abbia copiato il consiglio degli antichi, senza aver fatto in proposito alcuna osservazione propria.

«Le bianche al tutto si schifano». Questa prescrizione è interessante, in primo luogo perché non proviene da Varrone né da Palladio, ma da Columella, onde qui si avrebbe la prova che il Crescenzi ha conosciuto il migliore degli antichi trattatisti, ma non ha voluto citarlo. In secondo luogo il consiglio degli antichi è diametralmente opposto a quello dei moderni i quali preferiscono, alle altre, le galline bianche: ma la ragione dell'ostracismo dato a queste dagli antichi è acuta, perché essi avevano riconosciuto come i polli bianchi siano più facile preda dei grossi uccelli di rapina, allora certamente assai più numerosi che oggi.

La descrizione del pollaio, che deve esser esposto a levante, per duecento galline, è tratta da Varrone.

Notevole, né tratto dai latini il passo che riguarda la incubazione artificiale delle uova. «Ma dicesi, che in alcuna parte del mondo si truova huomini, che i forni in tal maniera scaldano, che il lor calore è eguale al caldo delle galline, che covano: e in quel forno mettono penne piccole, e mille uova di galline, e dopo venti dì, nascono successivamente, ed esconsene fuori». Tale sistema di incubazione artificiale è attuato anche oggi, in Egitto.

«Ottime al pasto son quelle (galline), che son d'un anno, o vero di due». Questa norma è importante perché riconosciuta corrispondente alla verità ed alla necessità economica anche ora.

Piero, come i latini, dà discrete informazioni sulla speratura delle nova: tra le altre cose dice che le uova che han «segno di pollo» si possono riconoscere dopo quattro giorni. Questo è vero, ma occorre anche molta pratica. Finalmente è anche affrontato e risolto il problema della determinazione del sesso: «anche è da sapere, che l'uova lunghe e acute son maschi e le ritonde son femmine». Questa sentenza è peraltro priva di fondamento!

Da ultimo il Crescenzi dà qualche indicazione sul modo di allevare i pulcini; dice come si debbano rinchiudere di notte i pollastri pel salvarli dalle volpi; dà indicazioni sul modo di curare la pipita e consiglia l'uso dell'aglio come medicamento ; tratta dell'utilità delle uova, come nutrimento per gli uomini e dà indicazioni sul modo di conservarle ; finalmente accenna alla utilità di far capponi che ingrassano meglio degli altri polli e chiude con un accenno all’uso delle penne come coltrice.

A dire per la seconda volta il vero - ammesso che sia possibile - nel XV-XVI secolo qualcuno in Italia aveva parlato di dita dispari nel pollo, un certo qualcuno che moriva nel 1523 quando Aldrovandi aveva un anno. Si tratta di Alexander ab Alexandro [7] - alias Alessandro Alessandri - (Napoli, 1461 circa - 1523), archeologo nonché giureconsulto di fama che studiò a Roma sotto l'umanista Francesco Filelfo [8] ed esercitò l'avvocatura nella città natale per poi dedicarsi definitivamente agli studi classici e filologici. Ma il nostro giureconsulto non parlò affatto di polli pentadattili a lui contemporanei. Ne parlò invece a proposito dei sacrifici a Esculapio, il dio della Medicina, il cui culto - che a Epidauro raggiunse il massimo tra il VI e il IV secolo aC, con un apogeo dal 370 al 250 aC - fu introdotto a Roma nel 293 aC grazie a una pestilenza. Il tempio di Epidauro, insieme a gran parte dei templi pagani, venne chiuso nel 426 dC per ordine dell'imperatore romano d'Oriente Teodosio II (401-450).

Alexander ab Alexandro scrisse tre opere: Genialium dierum libri sex, Dissertationes quatuor de rebus admirandis, quae in Italia nuper contigere, Miraculum tritonum & nereidum. Aldrovandi non specifica in quale opera di Alessandri è contenuto quanto segue, citato a pagina 256 del II volume della sua Ornithologia nel paragrafo dedicato a Usus in sacris Ethnicorum - Impiego (del pollo) nelle cerimonie sacre dei Pagani. In questo paragrafo Aldrovandi sta parlando di sacrifici di galli e galline a Esculapio e ha appena riferito le testimonianze relative a sacrifici di galline al dio della Medicina contenute in Giovenale, Festo Sesto Pompeo e Prudenzio. Per cui i siffatti sacrifici che aprono il brano di Aldrovandi altro non sono che i sacrifici di polli a Esculapio.

Non admittebantur vero Gallinae ad eiusmodi sacra, nisi, ut Alexander ab Alexandro scribit, quae rostro essent nigro, nigrisque pedibus, et digitis imparibus. Si enim rostrum pedesque lutea habuissent, velut impurae ab aruspicibus credebantur. Plinius huius rei quidem mentionem facit, sed de imparitate non {:} inquiens: Gallinae luteo rostro pedibusque ad rem divinam purae non videntur: ad opertanea sacra nigrae. Sed num istaec sacra ad Aesculapium pertineant videndum foret. Ea autem seclusa vocabantur Graecis μυστήρια.

Ma erano ammesse a siffatti sacrifici solo quelle galline che, come scrive Alessandro Alessandri, presentavano becco nero e zampe nere, e dita dispari. Se infatti avessero avuto becco e zampe gialli sarebbero state ritenute impure da parte degli aruspici. Senza dubbio Plinio fa menzione di ciò, ma senza parlare del numero dispari: Per i servizi divini non sono ritenute incontaminate quelle con becco e zampe gialli: quelle nere sono adatte per i riti segreti. Ma bisognerebbe analizzare se questi riti riguardavano Esculapio. Infatti quelli che si svolgevano di nascosto venivano detti dai Greci mystëria - riti segreti.

E qui apriamo una grossa parentesi relativa all'uso sacrificale di galli e galline nell'antichità, una parentesi i cui colpevoli sono Esculapio e Alessandro Alessandri. Chi non volesse tediarsi o stressarsi nel leggerla, essendo un vero rompicapo, non ha che da cliccare sulla stellina rossa.

Intermezzo

Il testo di Alessandri che abbiamo appena visto, così come viene riferito da Aldrovandi, non corrisponde a quello autentico, che è il seguente e che riporteremo anche più avanti:

Alessandro Alessandri Genialium dierum libri sex (1539) III,12 Quae sint purae & lectae hostiae in Deorum sacrificiis, & quae victimae quibus Diis dicatae fuerint. – In Aesculapii sacris, nisi caprae & gallinae immolantur: haeque ad rem divinam luteo rostro & pedibus, purae non sunt: nigrae vero & imparibus digitis, idoneae. [...] Ad Opertanea vero sacra, nigrae gallinae non videntur purae. Fuere autem sacra Opertanea, quae seorsum ab hominum conspectu in operto fiunt Cereri, Apollini: et Baccho capris sacrum fieri decere nonnulli putant: [...].

Questo testo tratto da Genialium dierum libri sex fu ritoccato da Aldrovandi. Nella scaletta dei testi originali che seguirà ci renderemo conto che Aldrovandi si è dedicato a un cocktail i cui ingredienti sono rappresentati da Alessandro Alessandri e Giglio Gregorio Giraldi.

Infatti Aldrovandi attribuisce la paternità della sua citazione al solo Alessandri, il quale però non parla assolutamente di aruspici, che nell'antica Roma erano solamente degli indovini. Gli aruspici, pur essendo consultati sia dai magistrati che dal Senato per questioni di carattere pubblico, non facevano parte di un sacerdozio ufficiale.

Di aruspici parla invece Giraldi, ma riferendo il riferito. Tutt'altra cosa da un aruspice è un sacerdote, consacrato a fungere da mediatore tra fedeli e divinità, nel nostro caso Esculapio. Per altri operatori sacrali, quali stregone, indovino, medicine-man, sciamano, ecc., non si presuppone invece l'esistenza di una divinità. Alessandri non parla neppure di sacerdoti, ma essi sono sottintesi in quanto, come vedremo, parla di res divina.

Conviene proprio farla questa scaletta, per mettere in evidenza quali autori hanno parlato di galline sacrificate a Esculapio, dal momento che era prassi immolargli solamente i galli. E vedremo che verosimilmente le galline con le dita dispari da immolare a Esculapio sono una mera illazione del giureconsulto napoletano che si è lasciato fuorviare dalla stringatezza di Plinio. Infatti pare che i riti mistericiopertanea sacra – fossero connessi non al conseguimento della salute del corpo elargita da Esculapio, bensì alla ricerca dell'immortalità e della felicità nel mondo dell'aldilà.

Se secondo Plinio per i riti misterici si fossero pretese galline dal becco e dalle zampe nere (cosa possibile ma da dimostrare), per i riti normali, visto che il becco e le zampe gialle erano segno di impurità, si poteva benissimo ricorrere a galline dalle zampe nere, bianche, ardesia oppure verdi che la genetica già allora metteva senz'altro a disposizione, e il cui becco poteva variare dal bianchiccio al marroncino al blu ardesia. Ma fissiamocelo bene in mente: Plinio non accenna assolutamente a res divina né ad opertanea sacra dedicati in modo specifico a Esculapio. A chi fossero dedicati gli opertanea sacra Plinio non lo dice. Col volgere dei secoli e con le sfibranti indagini in proposito - data l'estrema riservatezza degli opertanea - si è giunti a decidere che gli opertanea erano celebrati per la Bona Dea oppure per Opi, che non erano divinità degli inferi.

Alcuni hanno identificato la Bona Dea con Persefone o Proserpina, figlia di Demetra, che fu costretta a diventare la regina dell’Oltretomba dopo essere stata rapita da Ades, alias Plutone, che nessuna dea voleva sposare, essendo la sua residenza oscura e cupa. A Persefone fu concesso di trascorrere nel mondo dei vivi e accanto alla madre due terzi dell’anno, il restante terzo, cioè quei mesi in cui la natura rimane spoglia, doveva trascorrerlo con Ades nell’Erebo, dimora delle anime dei morti. Altri dicono che l'accordo era stato di 6 mesi con la madre e 6 mesi col marito, o di 9 mesi con la madre e 3 mesi col marito. Comunque stessero le cose, il ritorno della giovane accanto alla madre simboleggiava la rinascita della natura. Per cui, anche se da alcuni la Bona Dea fu identificata con Persefone, costei era una dea che negli inferi ci passava solo un terzo o una metà dell'anno, non certo per libera scelta. E possiamo presumere che non fosse confacente offrirle galline nere, adatte a chi nel regno dei morti ci viveva continuamente, come il marito, al quale venivano offerti solo animali neri, che erano buoi, tori o pecore.

Come puntualizza Prudenzio, vedremo che le galline – foss'anche servendosi di un loro polmone – venivano usate anche per Termine, la divinità dei confini che secondo Plutarco era l’unica divinità romana a rifiutare i sacrifici cruenti e accettava in dono solo foglie e petali di fiori per ornare i suoi simulacri. Ma Prudenzio non specifica affatto che si pretendeva un polmone di gallina pentadattila. Che Termine fosse alieno da sacrifici cruenti lo afferma anche Giglio Gregorio Giraldi in Historiae Deorum Gentilium Syntagma I (1548) pag. 60, dove afferma che gli venivano offerte solo focacce, polente e primizie di cereali: Terminus deus: Numa Pompilius secundus Romanorum rex, cum publicum agrum populi Romani et privatum certis limitibus terminisque definivisset, sacellum erexisse Termino deo traditur in colle Tarpeio, cui nihil animatum sacrificaretur, sed liba tantum, pultes, et frugum primitiae, [...]. Tuttavia, oltre al polmone di gallina, c'era chi faceva una deroga a quanto stabilito da Numa Pompilio e si permetteva di immolargli un'agnella, come secondo Giraldi affermano Ovidio e Orazio, o anche una scrofa, come puntualizza Ovidio.

Prima di procedere alla scaletta bisogna mettere in chiaro un particolare a prima vista insignificante. Quali erano gli animali che i Romani sacrificavano agli Dei? Ce n'erano di tutti i tipi, come attesta anche il gallo di Esculapio. Di che colore dovevano essere tali animali? Per gli dei degli inferi erano adatti quelli neri o scuri, per gli Dei celesti quelli bianchi, tant'è che se non era disponibile un toro bianco, a Giove veniva immolato un toro tinteggiato col gesso.

Bona Dea e Opi a mio avviso non erano divinità infernali, per cui per loro erano adatte galline se non bianche, tanto invise agli antichi perché facilmente predabili, perlomeno con un po' di rossiccio nelle piume, escludendo quelle tutte nere. Vedremo che nel corso dei secoli Plinio è stato interpretato in modo variabile circa il colore del piumaggio di queste galline (guai ad immolare galli alla Bona Dea), e che le galline nere fossero da escludere dagli opertanea della Bona Dea ce lo conferma, in modo consequenziale, il Dictionnaire des Antiquités Grecques et Romaines de Daremberg et Saglio (Hachette - 1877-1919): § Sacrificium – Les victimes, de quelque race qu'elles fussent, formaient des catégories distinctes suivant leur âge, leur sexe, parfois aussi leur couleur. [...] Il y avait aussi des prescriptions assez rigoureuses quant à la couleur des victimes: en général, les divinités du ciel préféraient des animaux blancs; les divinités qui avaient quelque rapport avec le feu, des victimes au poil roux; les divinités infernales n'agréaient que des animaux de couleur noire ou foncée. A vrai dire, on ne se gênait guère pour tourner les difficultés qui résultaient parfois de telles prescriptions: quand les taureaux blancs faisaient complètement défaut, on blanchissait à la craie la victime destinée à Jupiter Capitolin. (Juven. X,65-66: duc in Capitolia magnum | cretatumque bovem) § Bona Dea - Elles [les femmes] offraient d'abord un sacrifice expiatoire, consistent en une jeune truie* et en vin, que l'on déguisait sous le nom de miel et de lait. (* Et peut-être, d'après Pline (Hist. nat. X,56,77) en poules, qui ne devaient pas être noires.)

Ecco la scaletta promessa e attesa relativa a galli/galline immolati a Esculapio, preceduta dal brano di Plinio con le sue diverse interpretazioni. Vi auguro una buona arrampicata.

Plinio Naturalis historia X,156: Gallinarum generositas spectatur crista erecta, interim et gemina, pinnis nigris, ore rubicundo, digitis inparibus, aliquando et super IIII digitos traverso uno. Ad rem divinam luteo rostro pedibusque purae non videntur, ad opertanea sacra nigrae. Est et pumilionum genus non sterile in iis, quod non in alio genere alitum, sed quibus centra, fecunditas rara et incubatio ovis noxia.

Plinio - Ad rem divinam luteo rostro pedibusque purae non videntur, ad opertanea sacra nigrae.

Cristoforo Landino - 1476 - A fare sacrificio non sono pure quelle che hanno el becco & epiedi [sic!] gialli. – La traduzione termina così, per cui è monca.

Alessandro Alessandri - 1539 - In Aesculapii sacris ... haeque ad rem divinam luteo rostro & pedibus, purae non sunt: nigrae vero & imparibus digitis, idoneae. Ad Opertanea vero sacra, nigrae gallinae non videntur purae.

Giglio Gregorio Giraldi - 1548 - [sacrifici a Esculapio] Sunt qui gallinas scribant, et has quidem rostro nigro, nigrisque pedibus, et digitis imparibus. Si enim luteo essent rostro, vel pedibus, impurae putabantur ab aruspicibus. Qui opertanea sacra huc transferant, quorum et Plinius meminit, in quibus gallinae nigrae non videbantur purae.

Philemon Holland - 1601 - In case of sacrifices and religious use, they are not thought good nor allowable, which have becke and feet, yellow. For divine service and secret mysteries celebrated in covert to the goddesse Ops, the black are allowed for good.

Johann Jacob Hofmann Lexicon Universale (1698) Gallina - De usu gallinarum in sacris, sic Plin. l. 10. c. 56. Ad rem divinam, luteo rostro pedibusque purae non videntur: ad opertanea sacra, nigrae. Ubi intellige sacra, quae Opi fiebant in abdito, ne profanorum oculis polluerentur, et seclusa quoque vocabantur, teste Dalechampio.

Egidio Forcellini Lexicon totius latinitatis (1771) Opertanea sacra, μυστήρια, sacrificia, quae in operto fiebant, quae et Seclusa dicebantur, ne profanorum oculis polluerentur. Hujusmodi erant sacra Bonae deae. Plin. L. 10.c.56. Gallinae purae non videntur ad Opertanea Sacra nigrae.

Émile LittrÉ Histoire naturelle de Pline (1848) – [...] non videntur: ad opertanea sacra, nigrae. Pour les cérémonies religieuses, celles qui ont les pattes et le bec jaunes ne sont pas regardées comme pures; on choisit des poules noires pour les sacrifices de la Bonne Déesse.

John Bostock - 1855 - For the purposes of divination, those that have a yellow beak and feet are not considered pure; while for the secret rites of Bona Dea, black ones are chosen.

Dictionary of Greek and Roman biography and mythology - William Smith - Boston, 1867 - Bona Dea - but Pliny (H.N. x. 77) seems to suggest, that the sacrifice consisted of hens of various colours, except black ones.

Dictionnaire des AntiquitÉs Grecques et Romaines de Daremberg et Saglio Hachette (1877-1919) Bona Dea - Elles [les femmes] offraient d'abord un sacrifice expiatoire, consistent en une jeune truie* et en vin, que l'on déguisait sous le nom de miel et de lait. (* Et peut-être, d'après Pline (Hist. nat. X,56,77) en poules, qui ne devaient pas être noires.)

Edizione di Einaudi – 1983 – [...] non videntur, ad opertanea sacra nigrae. Per i servizi divini non sembrano puri gli esemplari con il becco e le zampe gialle, quelli neri sono adatti per i riti misterici.

Non solo la Bona Dea e Opi erano spesso identificate come equivalenti, ma anche Maia. Insomma, erano dei sosia, emule di Sosia, schiavo assai frequente nella commedia nuova (servo di Anfitrione, il mitico re di Tirinto) che nell'Anfitrione di Plauto e poi in quello di Molière (cui si deve la fortuna del vocabolo sosia in Francia e poi in Italia) viene sostituito da Mercurio che ne assume le sembianze.

Nel sito http://theoi.com alla voce Esculapio troviamo quasi tutto lo scibile sul dio della medicina, nonché una miriade di citazioni di autori antichi che ne disquisirono, e vi compaiono solo i galli. Il sito ha dimenticato, magari volutamente, coloro che riferirono di galline immolate a Esculapio, cioè Giovenale, Festo e Prudenzio. Tuttavia vale la pena riportare tutta la bibliografia del sito, anche se mancano le galline, e dove è scontato che per motivi di genetica storica non compaiano i galli pentadattili. Manca Plinio, che tuttavia cita Esculapio almeno 13/14 volte, ma forse le sue notizie provengono dagli autori citati in questa bibliografia. Giustamente mancano Varrone e Columella, i quali in effetti non parlarono di Esculapio nelle loro opere rurali.

Homer, The Iliad - Greek Epic C9th-8th BC
Hesiod, Catalogues of Women - Greek Epic C8th-7th BC
The Homeric Hymns
- Greek Epic C8th-4th BC
Pindar, Odes - Greek Lyric C5th BC
Greek Lyric III, Stesichorus - Greek Lyric C7th-6th BC
Greek Lyric IV Sophocles, Fragments - Greek Lyric BC
Greek Lyric V Cinesias, Fragments - Greek Lyric BC
Greek Lyric V Anonymous, Fragments - Greek Lyric BC
Herodotus, Histories - Greek History C5th BC
Hippocrates, The Hippocratic Oath – Greek Medicine C5th-4th BC
Apollodorus, The Library - Greek Mythography C2nd BC
Aristophanes, Plutus - Greek Comedy C5th-4th BC
Aristophanes, Wasps - Greek Comedy C5th-4th BC
The Orphic Hymns
- Greek Hymns BC
Lycophron, Alexandra - Greek C3rd BC
Quintus Smyrnaeus, Fall of Troy - Greek Epic C4th AD
Strabo, Geography - Greek Geography C1st BC - C1st AD
Pausanias, Guide to Greece - Greek Geography C2nd AD
Diodorus Siculus, The Library of History - Greek History C1st BC
Aelian, On Animals - Greek Natural History C2nd - C3rd AD
Philostratus, Life of Apollonius of Tyana - Greek Biography C2nd AD
Hyginus, Fabulae - Latin Mythography C2nd AD
Hyginus, Astronomica - Latin Mythography C2nd AD
Ovid, Metamorphoses - Latin Epic C1st BC - C1st AD
Ovid, Fasti - Latin Epic C1st BC - C1st AD
Propertius, Elegies - Latin Elegy C1st BC
Cicero, De Natura Deorum - Latin Philosophy C1st BC
Statius, Silvae - Latin Epic C1st AD
Apuleius, The Golden Ass - Latin Epic C2nd AD
Suidas - Byzantine Lexicographer C10th AD

Giovenale Satira XII, 95-97: Libet expectare quis aegram | et claudentem oculos gallinam inpendat amico | tam sterili; - Fa piacere stare ad aspettare che qualcuno sacrifichi una gallina ammalata e che sta chiudendo gli occhi per un amico tanto improduttivo [cioè, povero];.

Festo Sesto Pompeo De verborum significatione: In Insula – Aesculapio facta aedes fuit, quod aegroti a medicis aqua maxime sustententur. Eiusdem esse tutelae draconem, quod vigilantissimum sit animal: quae res ad tuendam valetudinem aegroti maxime apta est. Canes adhibentur eius templo, quod is uberibus canis sit nutritus. Bacillum habet nodosum, quod difficultatem significat artis. Laurea coronatur, quod ea arbor plurimorum remediorum. Huic gallinae immolabantur.

Prudenzio Apotheosis: Quanvis promittere et illi |Gallinam soleant, aut Gallum: clinicus ut se | Dignetur praestare deus morientibus aequum. - Nonostante anch’essi siano soliti promettere una gallina o un gallo, affinché il dio della medicina si degni di concedere ai moribondi il giusto.

Prudenzio Contra Symmachum: Et lapis illic | Si stetit antiquus, quem cingere sueverat error | Fasceolis, vel gallinae pulmone rogare, | Frangitur, et nullis violatur Terminus extis. - E lì se si troverà una pietra antica, che l’errore si era abituato a cingere con bende, o a supplicare con un polmone di gallina, essa viene rotta, e Termine non viene violato dalle interiora delle vittime.

Alessandro Alessandri Genialium dierum libri sex (1539) III,12 Quae sint purae & lectae hostiae in Deorum sacrificiis, & quae victimae quibus Diis dicatae fuerint. - In Aesculapii sacris, nisi caprae & gallinae immolantur: haeque ad rem divinam luteo rostro & pedibus, purae non sunt: nigrae vero & imparibus digitis, idoneae. [...] Ad Opertanea vero sacra, nigrae gallinae non videntur purae. Fuere autem sacra Opertanea, quae seorsum ab hominum conspectu in operto fiunt Cereri, Apollini: et Baccho capris sacrum fieri decere nonnulli putant:[...]

Giglio Gregorio Giraldi Historiae Deorum Gentilium (1548) Syntagma VII Apollo. Aesculapius, et Musae. - At cum dracone etiam gallum Aesculapio attributum legimus, propter vigilantiam: de quo ipsi res sacra fiebat. Quin et Socrates apud Platonem moriturus, suo testamento ei deo gallum reliquit. [...] Huic et gallinae immolabantur. adhuc Festus.

Giglio Gregorio Giraldi Historiae Deorum Gentilium (1548) Syntagma XVII De sacrificiis, de templis, sacerdotibus, et festivitatibus, item de expiationibus, supplicationibus, lectisterniis, aliisque eiusmodi: de mortuorum inferiis: demum particularis Sacrificiorum descriptio. - Seclusa sacra dicebantur, quae Graecis dicebantur mysteria, ut docet Festus. Initiationes vocat Cicero, Livius, aliique. Sunt et qui opertanea sacra huc transferant, quorum et Plinius meminit, in quibus gallinae nigrae non videbantur purae. Dici vero videntur opertanea, quod seorsum ab hominum conspectu et in operto fierent: vel quod mystica essent, et ἀπόῥῤητα. [...] Aesculapio de capra res divina in primis fiebat, quoniam capra nunquam sine febre esse dicitur: salutis vero deus Aesculapius. Sed et gallus illi immolabatur, ut est alibi a me dictum [Syntagma VII Apollo. Aesculapius, et Musae.]. Sunt qui gallinas scribant, et has quidem rostro nigro, nigrisque pedibus, et digitis imparibus. Si enim luteo essent rostro, vel pedibus, impurae putabantur ab aruspicibus.

Conrad Gessner Historia animalium III (1555) De gallo gallinaceo pag. 408 - Artemidorus quoque in libro Onirocriticon quinto, somnium cuiusdam narrat, qui gallum Aesculapio vovit, si sanus foret, Gyraldus. Et rursus in libro de Symbolis Pythagorae. Aesculapio gallus immolabatur. sunt qui gallinas scribant, et has quidem rostro nigro, nigrisque pedibus, et digitis imparibus. Si enim luteo essent rostro, vel pedibus, impurae putabantur ab aruspicibus. § I rimandi di Gessner sembrano essere alquanto confusi, direi erronei. Infatti la citazione Artemidorus...foret proviene sicuramente da Symbolorum Pythagorae philosophi interpretatio di Giraldi (pag. 483, 1580), mentre la citazione successiva Aesculapio...aruspicibus non proviene dal Symbolorum di Giraldi, come sembrerebbe autorizzare Et rursus in libro de Symbolis Pythagorae di Gessner che la precede, bensì dal Syntagma XVII di Historiae Deorum Gentilium.

Conrad Gessner Historia animalium III (1555) De gallina pag.456 - Gallinae luteo rostro pedibusque ad rem divinam purae non videntur: ad opertanea sacra, nigrae, Plin. De Termini sacrificio Prudentius contra Symmachum ita canit: Et lapis illic | Si stetit antiquus, quem cingere sueverat error | Fasceolis, vel gallinae pulmone rogare, | Frangitur, et nullis violatur Terminus extis. Aesculapio gallinae immolabantur, Festus. vide in Gallo h. Libet expectare quis aegram | Et claudentem oculos gallinam impendat amico | Tam sterili, (pauperi,) Iuvenalis Sat. {2.} <12.> immolabant enim nimirum diis, praesertim Aesculapio, pro salute et sanitate donanda gallinas. Magi Zoroastren secuti canes. gallinas (ὄρνιθας) et terrestres echinos bono deo attribuunt, aquaticos autem malo, Plutarchus in libro de Iside et Osiride. Ex animatis olim sex sacrificia in usu erant, de ove, sue, bove, capra, gallina et ansere, Suidas. vide in Ove h. Orpheus scripsit Oothytica, Ὠοθυτικά, Suidas. id est de sacrificiis ex ovis. Ovorum hecatombe, Ὠῶν ἑκατόμβη ab Ephippo nominatur. (per focum,) Athenaeus.

Ripresa del filo del discorso

Potrebbe sembrare difficile esprimere un giudizio su quanto afferma Alessandro Alessandri a proposito delle galline nere e dalle dita dispari adatte per i sacrifici a Esculapio. Non si può escludere che nel XV-XVI secolo egli avesse osservato in Italia dei polli a zampe nere, becco nero e dita dispari, o comunque solo con dita dispari, che gli fornirono l’input per ampliare il contenuto del testo di Plinio. Ma ritengo che l'Alessandri non abbia mai visto polli siffatti, cioè pentadattili, essendo più verosimile pensare a una sua involontaria illazione.

Infatti il testo di Plinio relativo alle galline sacrificali segue immediatamente quello attinente alle cinque dita: “[...] aliquando et super IIII digitos traverso uno. Ad rem divinam luteo rostro pedibusque purae non videntur, ad opertanea sacra nigrae.”

Per cui l’Alessandri deve aver pensato che le galline con becco e zampe gialli - a suo avviso dotate di cinque dita come le altre galline appena citate da Plinio - non erano adatte ai riti sacri, tipo quelli per ingraziarsi Esculapio, mentre lo erano quelle pentadattile con zampe e becco neri: "In Aesculapii sacris ... haeque ad rem divinam luteo rostro & pedibus, purae non sunt: nigrae vero & imparibus digitis, idoneae. Ad Opertanea vero sacra, nigrae gallinae non videntur purae." Ma Plinio non dice in modo palese che queste galline votive dovessero essere anche pentadattile, e verosimilmente non ha mai pensato di affermarlo.

Insomma, a mio avviso, nel XV-XVI secolo l’Alessandri non conosceva polli pentadattili. È solo caduto in un lapsus a causa dell’abituale stringatezza di Plinio che passa da un argomento all’altro senza concedere respiro: salta di colpo dalla generositas delle galline con cinque dita a quali galline siano adatte per i riti sacri o per quelli misterici. Anche Aldrovandi, anziché manifestare soltanto stupore per la discrepanza fra testo pliniano e alessandrino, con un piccolo sforzo sarebbe approdato facilmente a questa mia conclusione.

Un valido supporto alla mia tesi sulla scarsa affidabilità dell’affermazione alessandrina sulle galline a cinque dita potrebbe essere la recensione, per esempio, del Genialium dierum che compare in http://40.1911encyclopedia.org, dove si dice che l’opera di Alessandro Alessandri consiste in una massa confusa di materiali eterogenei caratterizzati da una notevole credulità: “His work entitled Dies Geniales appeared at Rome in 1522, and was constructed after the model of the Noctes Atticae of Aulus Gellius, and the Saturnalia of Macrobius. It consists of a confused mass of heterogeneous materials relating to philology, antiquities, law, dreams, spectres, &c., and is characterized by considerable credulity.”

Le notizie, anche se inaffidabili, si tramandano di bocca in bocca come una preziosa eredità. Infatti la stessa affermazione di Alexander ab Alexandro compare in un’opera di Giglio Gregorio Giraldi [9]   che tira in ballo le galline a cinque dita nel Syntagma XVII del suo Historiae Deorum Gentilium (Basileae, Oporinus 1548) quando parla degli animali offerti al dio della medicina Esculapio. Giglio Giraldi (Ferrara 1479-1552) era quasi coetaneo dell’Alessandri (1461-1523), ma l’opera di Giraldi Historiae Deorum Gentilium venne pubblicata nel 1548, cioè 26 anni dopo la pubblicazione del Genialium dierum di Alessandri (che potrebbe aver rappresentato la fonte per le notizie di Giraldi). Non si può quindi escludere che Giraldi abbia riferito sic et simpliciter ciò che l’Alessandri aveva elaborato. Infatti le parole di Giraldi ricalcano appieno quelle che Aldrovandi riferisce traendole dall’Alessandri (eccetto gli aruspici che sono un'illazione di Giraldi), per cui non è neppure necessario tradurle. Ecco il testo di Giraldi ricavato da Historiae Deorum Gentilium Syntagma XVII:

Aesculapio de capra res divina in primis fiebat, quoniam capra nunquam sine febre esse dicitur: salutis vero deus Aesculapius. Sed et gallus illi immolabatur, ut est alibi a me dictum. Sunt qui gallinas scribant, et has quidem rostro nigro, nigrisque pedibus, et digitis imparibus. Si enim luteo essent rostro, vel pedibus, impurae putabantur ab aruspicibus.

Ma, a ben vedere.... Sì, c'è ancora un ma. La verifica dell'autenticità dei dati contenuti nei testi antichi - come in quelli moderni - è straripante di ma. Questa volta a mettere il dito nella piaga ci pensa Conrad Gessner, che oltretutto era anche un ottimo medico. È palese che Aldrovandi nella stesura dei suoi trattati ha abusato dei testi di Gessner, ed è altrettanto palese che Aldrovandi poteva esimersi dallo spendere parole, tempo e denaro per allestire i suoi libri di zoologia. Sarebbero bastate delle aggiunte – dei Paralipomena, delle appendici, magari solamente iconografiche – ai volumi di Gessner e il gioco era fatto, e ben fatto, visto che Aldrovandi possedeva un tesoro iconografico sinora ineguagliato. Si sarebbero risparmiati carta e inchiostro, si sarebbe potuto devolvere più denaro a disegnatori, acquarellisti e incisori anziché ai tipografi, e così la perfetta intelligibilità dei testi di Gessner sarebbe rimasta intatta e i relativi riferimenti bibliografici indenni. Quanto a chiarezza – e posso affermarlo per esperienza diretta – è cosa ben diversa tradurre un passo di Gessner e l'equivalente brano di Aldrovandi. Tutte le volte che ciò accade – e accade a ogni piè sospinto - non posso non volare col pensiero a quella massima che mi avevano insegnato al liceo tanti lustri fa: Si vis intelligere Caietanum, lege Thomam – Se vuoi capire il Gaetano, leggi Tommaso. È quasi un indovinello, ma facile da svelare: San Tommaso d'Aquino (1225-1274) scrisse la famosa Summa theologica (1266) e Caietanus – alias Tommaso De Vio (1480-1547) – nel giro di una quindicina d'anni elaborò un commento alla Summa di Tommaso al fine di renderla intelligibile. A detta degli esperti il risultato fu disastroso: per comprendere il Gaetano conveniva leggere direttamente San Tommaso.

Orbene, il passo che Aldrovandi attribuisce ad Alessandri, Gessner lo attribuisce a Giraldi. Esistono due motivi per credere a Gessner: egli era estremamente corretto ed è assai difficile prenderlo in castagna – al contrario di Aldrovandi – e poi, anche per chi non conosce il latino, le parole dell'Alessandri aldrovandesco corrispondono eccessivamente a quelle del Giraldi gessneriano, come possiamo desumere dalla citazione di Conrad Gessner, Historia Animalium III (1555), pag. 408:

Artemidorus quoque in libro Onirocriticon quinto, somnium cuiusdam narrat, qui gallum Aesculapio vovit, si sanus foret, Gyraldus. Et rursus in libro de Symbolis Pythagorae. Aesculapio gallus immolabatur. sunt qui gallinas scribant, et has quidem rostro nigro, nigrisque pedibus, et digitis imparibus. Si enim luteo essent rostro, vel pedibus, impurae putabantur ab aruspicibus.

Ma la sequenza temporale delle citazioni è ben diversa ed è la seguente. Colui che per primo in Italia nel XV-XVI secolo parlò di antiche galline dalle dita dispari fu Alessandro Alessandri, seguito a ruota da Giglio Gregorio Giraldi. Infatti nell'opera di Giraldi Libellus in quo aenigmata pleraque antiquorum explicantur - Paroeneticus Liber adversus ingratos - Symbolorum Pythagorae Interpretatio, cui adiecta sunt Pythagorica Praecepta mystica a Plutarcho interpretata - Libellus quomodo quis ingrati nomen et crimen effugere possit (Basileae 1551) non compare affatto quanto è citato da Gessner, che invece è contenuto solamente nel Syntagma XVII di Historiae Deorum Gentilium.. Stavolta Gessner ha avuto una svista.

Ma torniamo ad Aldrovandi, in quanto è del tutto palese che Crescenzi non può essere considerato una fonte attendibile circa l’esistenza di polli pentadattili nell’Italia del 1300.

A mio avviso esistevano due motivi, anzi, tre motivi, per cui Aldrovandi non era a conoscenza di un’abituale pentadattilia del pollo.

Il terzo motivo lo analizziamo per primo, essendo il più importante e il più facilmente liquidabile: Aldrovandi non conosceva polli pentadattili perché era affetto da demenza precoce, oppure perché non razzolava nei pollai a osservare i polli per paura di insozzarsi di pollina, oppure perché manco degnava di uno sguardo ciò di cui i suoi abilissimi e attentissimi e precisissimi disegnatori lo rifornivano. Aldrovandi aveva degli scotomi - delle ombre davanti agli occhi - che non erano ottici, ma cerebrali, il che, in campo scientifico, è assai grave. Passiamo al primo e al secondo motivo, che nonostante gli scotomi di Ulisse non vanno assolutamente trascurati.

Il primo motivo può essere storico: secoli prima gli allevatori italici si erano dedicati a quella razza pentadattila descritta e lodata da Varrone, Plinio e Columella, verosimilmente a causa della squisitezza della carne e dell’abbondanza di uova deposte. Successivamente, trattandosi verosimilmente di polli importati, gli allevatori erano tornati a dedicarsi alle razze mediterranee che conoscevano da millenni e che non erano assolutamente da sottovalutare, come ha poi dimostrato la Livorno grazie agli Statunitensi. Non è neppure da escludere che la razza pentadattila sia stata incrociata con una razza mediterranea e che la pentadattila avesse perso le sue primitive caratteristiche gastronomiche e ovaiole, per cui praticamente scomparve dai pollai, salvo qualche esemplare come ci testimonia la zampa pentadattila donata ad Aldrovandi, che forse era di un pollo. Dico forse, in quanto dal testo latino di Aldrovandi non si può giurare che si trattasse di una zampa di pollo, ma che lo fosse è molto verosimile, visto che in nessun altro uccello è mai stata descritta una pentadattilia.

Tuttavia, qualora il gallo e la gallina hirsutis pedibus - così palesemente scotomizzati da Aldrovandi - non bastassero a decretare la sicura presenza della pentadattilia nell'Italia del XVI secolo, ecco che ne abbiamo una nuova testimonianza che risale agli albori del secolo successivo. Il merito indiretto va ad Aldrovandi – che starà rivoltandosi nella tomba – in quanto un dato assai significativo compare inaspettatamente nel suo Monstrorum historia edito postumo nel 1642 a cura di Bartolomeo Ambrosini (1588-1657), il quale in patrio Bononiensi Archigymnasio simplicium medicamentorum Professor ordinarius, Musaei Illustrissimi Senatus Bononiensis et Horti publici Praefectus labore et studio volumen composuit.

Orbene Bartolomeo Ambrosini – che si esprime in uno stile tutt'altro che tortuoso e per nulla aldrovandesco – a pagina 559 del Monstrorum historia riproduce le immagini di due pulcini pentadattili non presenti tra le mostruosità del genere Gallus del II volume di Ornithologia – forse rimasti sconosciuti a Ulisse – e contemporaneamente dà la riprova della presenza della pentadattilia nell'Italia del 1624, non tanto a carico dei pulcini, quanto di una gallina di Padova:

Posteaquam de multiplicatione digitorum in pedibus Brutorum verba fiunt, non est omittenda observatio pulliceni quinque digitis in utroque pede instructi, quem delineatum in icone xi. damus. Hoc possumus confirmare quadam observatione Clarissimi Liceti, qui retulit, quod anno supra millennium et sexcentesimum vigesimo quarto, Patavii, famula deplumans gallinam reperit quinque digitos in utroque pede cum suis unguibus distinctos.

Dal momento che stiamo parlando di polidattilia presente nei piedi di soggetti mostruosi, non bisogna tralasciare l'osservazione di un pulcino dotato di cinque dita ad ambedue i piedi, e ne riporto il disegno alla figura n° 11 . Ciò posso confermarlo in base a un'osservazione dell'illustrissimo Fortunio Liceti il quale ha riferito che a Padova nell'anno 1624 una serva – una collaboratrice domestica – nello spiumare una gallina ha trovato in ambedue i piedi cinque dita dotate delle rispettive unghie.

Se non bastasse, una gallina pentadattila era vissuta in casa – o nel pollaio - di Fortunio Liceti prima del 1616. Bartolomeo Ambrosini riferisce questa notizia quando a pagina 389 del Mostrorum historia si sta disquisendo sulle cause delle mostruosità:

Doctissimus Licetus in Historia monstrorum refert, et ipse gallinam domi quinque digitis refertam aluisse, quae post multa ova, unum pusillum edidit sine luteo, in cuius albumine Serpens veluti vermis compertus est, in quem ovi vitellum fuisse transformatum optime est suspicatus.

Il dottissimo Fortunio Liceti riferisce nella sua Historia monstrorum (1616) che anche lui aveva allevato in casa una gallina dotata di cinque dita, e che dopo molte uova ne depose uno senza tuorlo, nel cui albume fu rinvenuto un serpente del tutto simile a un verme, e ha giustamente sospettato che il tuorlo dell'uovo si fosse trasformato in serpente.

Sì, quella della collaboratrice domestica è una notizia priva di supporto iconografico come lo è la gallina serpentipara di Liceti, ma possiamo permetterci un'illazione: è assai probabile che la gallina di Padova e quella di casa Liceti avessero delle dita identiche o molto simili a quelle del gallo e della gallina hirsutis pedibus. E così la pentadattilia si divertiva a giocare a nascondino e a camuffarsi da mostruosità.

Il mio sospetto che la pentadattilia stia ancora giocando a nascondino con gli allevatori del XXI secolo, così come faceva ai tempi di Aldrovandi, lo dimostrerebbe questa testimonianza di Viviano Masconni, allevatore nonché valente pittore, che è nato e abita in Maremma, nei dintorni di Grosseto. Viviano mi scriveva quanto segue il 3 dicembre 2003: «Un giorno, circa 15 anni fa, io e mio papà Serafino eravamo nel pollaio e cercavamo un pollo o una pollastra da ammazzare per casa. Io dissi a mio padre: “Perché non prendiamo quella con il collo pelato che ha anche il quinto dito?” (la zampa era molto robusta). E mio padre rispose: “No... quelle vanno lasciate perché covano bene e sono più robuste rispetto alle altre.” Infatti mi ricordo bene di quelle galline (una ogni tanto scappava fuori dalle covate), sono veramente più resistenti, robuste e ottime chiocce. Ricordo inoltre che avevano un carattere forte e battagliero

Lo so, la testimonianza di Viviano risale alla fine del XX secolo, ma se ci fosse concesso di gironzolare per i poderi italiani, sono quasi certo che continueremmo a raccogliere qua e là siffatte testimonianze anche nei secoli venturi.

Il secondo motivo per cui Aldrovandi non era a conoscenza di un’abituale pentadattilia nel pollo può essere genetico. Per non ripeterci, anche se Aldrovandi aveva davanti agli occhi il fenotipo dovuto al gene autosomico dominante Pod, tralasciamo questo gene Pod della polidattilia duplicata, allele di Po, nonché il gene po-2 della polidattilia recessiva. Orbene, il gene Po della polidattilia è autosomico incompletamente dominante e lo studio genetico ne ha dimostrato la complessità, influenzabile da geni modificatori e soppressori. Anzi, studi approfonditi hanno condotto alla conclusione che alcuni ceppi polidattili, così come alcuni ceppi non polidattili, sono dotati di geni soppressori in grado di inibire l’espressione della polidattilia in soggetti geneticamente polidattili. Quindi non si può escludere che proprio a causa di un accumulo di geni soppressori, dovuto a incroci con soggetti mediterranei, la pentadattilia - perlomeno quella dovuta al gene Po - sia andata estinguendosi in Italia.

Anche Alessandro Ghigi nel suo Trattato di avicoltura (1968) riporta questo comportamento genetico della pentadattilia. Così si esprime a pagina 156: “Negli incroci fra la razza Dorking e le razze tetradattile normali il metatarsale soprannumerario è ridotto superiormente fin quasi alla sua scomparsa.”

Invece la pentadattilia si è mantenuta florida in quei Paesi dai quali probabilmente giunse in Italia, come lo dimostrano ancora le attuali Houdan e Dorking.

8.19. La pentadattilia in Italia agli inizi del 1900
e la colorazione dei tarsi

Stando allo stupore da scotoma cerebrale di Aldrovandi potremmo chiederci: il pollo pentadattilo era per sempre e completamente scomparso dall’Italia? Direi di no, in quanto nel 1905 ci è testimone della sua esistenza Teodoro Pascal, che lo cita in Le razze della gallina domestica. A proposito delle mostre di pollicoltura che si tenevano in Italia, egli riporta il regolamento e il programma stilati dalla Società Zootecnica di Torino, adottati in occasione della mostra che si svolgeva annualmente nel Giardino della Cittadella.

Categoria Prima - Galli e Galline

Sezione I - Razze Italiane

Classe 1. Italiana varietà nera.

Classe 2. Italiana varietà coucou.

Classe 3. Italiana varietà dorata.

Classe 4. Italiana varietà pernice.

Classe 5. Italiana varietà bianca.

Classe 6. Italiana varietà diverse.

Classe 7. Padovana comune, varietà diverse.

Classe 8. Padovana, ricciuta, varietà diverse.

Classe 9. Altre razze non menzionate.

Classe 10. Padovana, varietà nera.

Classe 11. Padovana, varietà fulva

Classe 12. Padovana, varietà dorata.

Classe 13. Padovana, varietà camosciata.

Classe 14. Padovana, varietà argentata.

Classe 15. Padovana, varietà bianca.

Classe 16. Padovana altre varietà.

Classe 17. Polverara, varietà nera.

Classe 18. Polverara, varietà bianca.

Classe 19. Polverara altre varietà.

Classe 20. Gigante padovana, varietà nera.

Classe 21. Gigante padovana, varietà bianca.

Classe 22. Maggi.

Classe 23. Siciliana, varietà diverse.

Classe 24. Valdarno, varietà diverse.

Classe 25. Cinque dita, varietà diverse.

Stop. La razza a cinque dita occupa il 25° e ultimo posto delle razze italiane. Questa presenza di polli a cinque dita catalogati da Pascal tra le Razze Italiane non fa che confermare quanto riferito da Brown, il quale, come abbiamo già visto, scrisse che alcuni amici di Ferguson (1854) avevano procurato allo stesso Ferguson tre soggetti dal sud dell’Italia che erano dei facsimile della Dorking, fatta eccezione per la mole, che era inferiore. Brown asseriva inoltre che durante una sua visita in Italia nel 1903 si era imbattuto in soggetti che avevano una certa somiglianza con la Dorking, magari discendenti di polli portati dalla Britannia alla Penisola Italiana. Se non bastasse, dal centro dell’Italia, da Grosseto - assai più vicina al sud rispetto a Bologna -, e precisamente da Viviano Masconni, ci giunge la testimonianza che i polli pentadattili non erano del tutto assenti alla fine del XX secolo testé concluso.

Per Pascal la gallina italiana per antonomasia è la Leghorn o gallus italicus, detta in francese poule d’Italie e in tedesco das italienische Huhn. Si tratta ovviamente della Livorno, che in tutte le varietà, classificabili in base al disegno e al colore del mantello, possiede “tarsi nudi e di colore giallo brillante, salvo nella nera che presenta tarsi grigi con vena decisamente gialla”.

A pagina 85 Pascal elenca le varietà regionali della gallina italiana:

“La gallina italiana comprende dieci varietà regionali, così abbiamo:

1. La varietà piemontese;

2. La varietà lombarda;

3. La varietà veneta;

4. La varietà emiliana;

5. La varietà marchegiana ed umbra;

6. La varietà toscana;

7. La varietà romana;

8. La varietà napoletana;

9. La varietà siciliana;

10. La varietà sarda;

“Questa divisione per varietà non ha lo scopo d’indicare individui nettamente distinti fra di loro, ma pur tuttavia la differenza di una regione all’altra sono in certo modo visibili; così nella varietà sarda riscontransi soggetti più piccoli della varietà napoletana, nelle varietà lombarde e piemontesi la livrea non è così smagliante come nella varietà napoletana: la classificazione regionale, a causa delle differenze quasi impercettibili che passano fra individui di diverse regioni, ha il solo obbiettivo di indicare la provenienza del pollame. Abbiamo però varietà abbastanza distinte della nostra gallina comune italiana, che possono pretendere di essere elevate a razze, o, per dir meglio, a sottorazze della gallina italiana, così Padova vanta una di queste sottorazze tipiche e rinomate come ottime produttrici di carne e di uova: alludo alla padovana comune chiamata megiaròla, caratteristica per i tarsi e pel becco grigi. La regione del Valdarno vanta la razza omonima. [...]”

A pagina 86 Pascal riferisce le caratteristiche della varietà della gallina italiana denominata razza a cinque dita: “La varietà detta razza a cinque dita non è rara affatto in tutta la regione italiana: è caratteristica per un quinto dito che porta di dietro vicino allo sperone. Non mi venne mai dato di riscontrare soggetti di questa razza a tarsi giallo brillante, il colore di questi è ordinariamente grigio, talfiata roseo e rare volte giallo bruno.”

Pertanto, se per Aldrovandi i polli a cinque dita erano ignoti in Italia, abbiamo la certezza che dopo tre secoli essi avevano fatto la loro ricomparsa ufficiale in territorio italiano. E non si trattava di una pentadattilia dovuta al gene Pod - nella quale il dito soprannumerario è abitualmente allo stesso livello dell’alluce - bensì di una pentadattilia dovuta molto più verosimilmente al gene Po.

Interessante il fatto che Pascal non osservò mai razze a cinque dita dai tarsi giallo brillante, caratteristici invece di una razza tetradattila come la Livorno e già citati da Plinio [10] . Ma quelle razze pentadattile di Pascal non avevano neppure tarsi dello stesso colore della Dorking. Ai tempi di Brown e di Pascal la Dorking possedeva tarsi color corno bianco o rosei (Pascal) e bianchi talora screziati di rosa (Brown). L’American standard of Perfection (1993) richiede tarsi pinkish white, cioè bianco rosato. Per inciso possiamo ricordare come, per tutte e tre le fonti succitate, anche la Houdan possieda la stessa colorazione dei tarsi della Dorking.

Quelle razze italiane pentadattile di Pascal dai tarsi rosei potrebbero aver posseduto l’equivalente dei tarsi della Dorking. Che invece le altre razze pentadattile dai tarsi grigi o dai tarsi giallo bruno osservate da Pascal fossero degli ibridi? La genetica della colorazione dei tarsi rende assai verosimile questa ipotesi. Infatti i tarsi grigi sono determinati dal gene id+ della melanina dermica e quelli giallo bruno (verdastri?) dall’associazione tra il gene w della pelle gialla e il gene id+ della melanina dermica. Ambedue questi geni erano presenti in Italia ai tempi di Pascal: il primo (w) nella Livorno dalle zampe gialle, il secondo (id+) verosimilmente nella Valdarno dalle zampe nero grigiastro, e sia il primo che il secondo nella Siciliana i cui tarsi erano e sono tuttora verdi.

Tra le razze estere previste alla mostra di Torino erano presenti la Houdan e la Dorking, e della Dorking Pascal ha intessuto un panegirico e un’apologia che vale la pena conoscere. Se non si vuole o non si ha tempo di sobbarcarsi la lettura di tale brano (riportato in 8.22.), si può saltare alle sue conclusioni, che suonano così: “La razza Dorking è indubbiamente la regina fra le razze delle galline.”

Nonostante le sue ottime qualità, oggi in Inghilterra la Dorking è oggetto di interesse solo da parte degli allevatori amatoriali e non viene allevata su scala industriale. E il numero dei soggetti non è eccessivo: in base ai dati forniti da Mrs. Victoria Roberts, segretaria del The Dorking Breed Club, il censimento del 2002 (al quale hanno collaborato 56 soci, cioè il 50% degli iscritti) parla di un totale di 841 soggetti, 425 dei quali appartenenti alla varietà Silver grey e 83 alla varietà nana. Il resto è rappresentato dalle altre varietà: 22 Dark RC (rose comb), 95 Dark SC (single comb), 123 Red, 67 White, 26 Cuckoo.

8.20. I polli dei Fenici nell’Europa del Nord

Per completezza non dobbiamo tralasciare l’ipotesi che il pollo abbia raggiunto le Isole Britanniche molti secoli prima di Cristo grazie alle attività commerciali dei Fenici [11] , i quali ai tempi di re Salomone (961-922 aC) [12] raggiungevano le Isole Scilly [13] - in latino Cassiterides - per fare incetta di stagno detto kassìteros in greco, sostituiti poi dai Cartaginesi in questa lucrosa attività. Infatti sembra indubbio che in antico lo stagno britannico abbia rappresentato la principale fonte di rifornimento per i Paesi del Mediterraneo orientale. Orbene, si suppone che i Fenici possano aver portato polli da barattare con il prezioso metallo, come viene elegantemente espresso in un brano tratto dal capitolo riguardante la Dorking e contenuto a pagina 123 di The American Poulterer’s Companion di C.N. Bement (1867):

“It is our firm belief that the fowl now known as the Dorking,” say the authors of the “Poultry Book,” “a very valuable and favorite variety, which takes its name from a town in the county of Surrey, might be much more correctly designated the ‘English fowl.’ It is supposed to have originated in Surrey, where, and in its vicinity, they are still said to be found in great plenty and perfection. This opinion is founded on the probability that they are the lineal descendants, of course of various intermixtures, from those which our British forefathers bred at the time when they first became intimately known to the Romans; or that they are similarly descended from fowls introduced by those conquerors of our island.

“Noi crediamo fermamente che il pollo ora noto come Dorking” dicono gli autori del Poultry book, “una varietà molto preziosa e favorita, che prende il suo nome da una città nella contea del Surrey, dovrebbe essere molto più correttamente designato come Pollo inglese. Si suppone che abbia preso origine nel Surrey, dove, e nei suoi dintorni, ancora si dice che è presente in grande abbondanza e perfezione. Questa opinione si fonda sulla probabilità che sono i diretti discendenti, naturalmente di varie mescolanze, di quelli che i nostri antenati britannici allevavano al tempo in cui essi per la prima volta entrarono in contatto coi Romani; o che parimenti sono discesi da polli introdotti da questi conquistatori della nostra isola.

“It is in vain to endeavor to follow their origin farther; but those who would trace our gallinacious birds to an Eastern source, will take comfort from the certainty, or all but certainty, that the world’s merchants in the days of Solomon — the Phoenicians — visited the British Islands, the Cassiterides, for their tin. These merchants who bought goods to exchange for it, seeing the Britons’ fondness for domestic poultry, may have brought fowls to barter for the metal.

“È inutile sforzarsi di seguire più lontano la loro origine; ma coloro che vorrebbero riallacciare i nostri gallinacei a una fonte orientale, trarranno conforto dalla certezza, o dalla quasi certezza, che i commercianti mondiali ai tempi di Salomone - i Fenici - facevano visita alle Isole Britanniche, le Cassiterides, per il loro stagno. Questi commercianti, che acquistavano dei beni da scambiare con lo stagno, vedendo la passione dei Britanni per il pollame domestico, potrebbero aver portato dei polli da barattare con il metallo.

“The Romans probably weakened the prejudice of the Britons against eating the domestic fowl; and, as it is well known they strove to improve the British farming and gardening, so it is more than reasonable to conclude that poultry shared in the progressive effort.”

“I Romani probabilmente attenuarono il pregiudizio dei Britanni di mangiare il pollo domestico; e, come è risaputo, si sforzarono di migliorare l’allevamento e l'agricoltura dei Britanni, per cui è più che ragionevole concludere che il pollame condivise lo sforzo per il progresso.

Secondo Carlos Adolfo Finsterbusch i Fenici arrivarono addirittura in Cina. Per farci almeno una pallida idea di quale fu l’importanza dei Fenici nella migrazione del pollo da est a ovest, vale la pena leggere alcuni brani tratti dal capolavoro di Finsterbusch Cockfighting all over the world (1929). I numeri posti all’inizio dei singoli paragrafi indicano le pagine da cui sono desunti.

276 - [The Phoenicians] Travellers par excellence, they were constantly on the move in search of lucre and new trading possibilities. They crossed old Asia, through Asia Minor, Persia and India to China. They went back to Egypt, and followed the coast westward along the Mediterranean.

276 - [I Fenici] Viaggiatori per eccellenza, erano continuamente in movimento alla ricerca di lucro e di nuove possibilità commerciali. Attraversarono l’antica Asia, attraverso l’Asia Minore, la Persia e l’India fino alla Cina. Tornarono in Egitto e seguirono la costa in direzione ovest lungo il Mediterraneo.

278 - There are evidences that the Phenicians kept fowls and even enjoyed a cockfight, no doubt having learned its thrills during their travels in the East.

278 - Esistono prove che i Fenici possedevano polli e che gradivano anche il combattimento fra galli, senza dubbio dopo averne conosciuta l’emozione durante i loro viaggi in Oriente.

279 - It should be very strange, otherwise, to account for the fact that wherever Phenicians settled in colonies or simply went to trade, we find the type of fowl that was conspicuous in the North of India and Persia, whence the Phenicians got theirs, extant up to the present age. Such was the case with Palestine, Egypt, all the Mediterranean lands, North France, Belgium, Ireland and England. It is sure that the Phenicians went as far as the Canary and Cape Verde Islands, where also we find the common Bankiva fowl known ever since as indigenous fowl, but marking a difference between the true Game and the common barndoor birds. The Phenicians went to trade tin in England, and as they must have possessed fairly large craft to carry the metal back, they must have had the same storage space filled with cargo from their own land, and fowls are easy to store on board even in small craft, it being very reasonable to suppose that they shipped and exported same as they did in previous centuries to Egypt, Spain, etc.

279 - D’altra parte sarebbe una cosa molto strana dare una spiegazione del fatto che, ovunque i Fenici si stanziarono in colonie o si recarono semplicemente a commerciare, noi troviamo il tipo di pollo che era noto nel nord dell’India e della Persia da dove i Fenici acquisirono i loro esemplari, un pollo che è ancor oggi presente. Così è stato per la Palestina, l’Egitto e tutte le terre affacciate sul Mediterraneo, il nord della Francia, il Belgio, l’Irlanda e l’Inghilterra. È sicuro che i Fenici raggiunsero terre lontane come le Canarie e le Isole di Capo Verde [14] , dove troviamo anche il comune pollo Bankiva conosciuto da allora in poi come uccello indigeno, ma che sottolinea la differenza tra il vero combattente e i comuni polli da cortile. I Fenici si recarono a commerciare stagno in Inghilterra e, come dovevano possedere imbarcazioni abbastanza grandi per portare a casa il metallo, così dovevano avere lo stesso volume di stoccaggio riempito con merci della loro terra, e i polli sono facili da immagazzinare anche a bordo di piccole imbarcazioni, ed è molto ragionevole supporre che essi li imbarcarono e li esportarono così come fecero nei secoli precedenti in Egitto, Spagna, ecc.

280 - The Phenicians used poultry for the table also, as has been evidenced in early excavations in Zarephath and Kanah, on the road leading along the Lebanon. Here also pieces of furniture were found made of cedar and preserved with a wax preparation. No doubt, so far, that besides the true Game fowl, the Phenicians also kept dunghills for domestic consumption.

280 - I Fenici usavano il pollame anche per la tavola, come è stato attestato nei primi scavi a Zarephath [15] e Kanah [16] , sulla strada che conduce lungo il Libano. Qui furono trovati anche dei mobili fatti di cedro e conservati con un preparato a base di cera. Finora non c’è alcun dubbio che oltre al vero pollo da combattimento i Fenici avevano anche polli da cortile per un consumo domestico.

284 - Where the Phenicians settled, there were cocks and cockfights. No doubt that many may have been introduced from Greece, but in the main, the Romans had cocks from an era prior to any Greek influence, and no doubt introduced by early Phenician traders.

284 - Dove i Fenici si stanziarono, c'erano galli e galli da combattimento. Senza dubbio parecchi possono essere stati introdotti dalla Grecia, ma i Romani ricevettero i galli soprattutto da un'epoca antecedente a qualsiasi influenza greca, e senza dubbio introdotti dai primi commercianti fenici.

286 - When the Romans set foot on England, Caesar found that they had cocks, — not used for food, but for diversion, — and that this diversion was cocking. There is but little doubt, knowing as we do already, that the Phenicians most probably imported those early cocks with the definite intention of creating an interest in the sport.

286 - Quando i Romani posero piede in Inghilterra, Cesare trovò che essi possedevano dei galli, - non usati per cibo, ma per diversivo, - e che questo diversivo era rappresentato dalle gallomachie. C'è solo un piccolo dubbio, in base a quanto già sappiamo, che con tutta probabilità i Fenici importarono quei primi galli con la precisa intenzione di suscitare un interesse al divertimento.

289 - We have referred already, elsewhere, to the possible Phenician influence in connection with the introduction of Bankiva type fowl in pre-Roman days but at the same time we have to consider that before the Phenician, the Britons had some sort of domestic fowl, apparently of Mongolic type. [...] We have referred to a probably existing Mongolic type of fowl [in Britannia], but have reasons to believe that such were solely common barndoor birds, never used for fighting. The game fowl, evidently coming from Persia as set forth in former chapters.

289 - Abbiamo già riferito altrove sulla possibile influenza dei Fenici nell'introduzione di un pollo di tipo di Bankiva nei tempi pre-romani, ma dobbiamo considerare allo stesso tempo che, prima di quello fenicio, i Britanni avevano un qualche tipo di pollo domestico, a quanto pare di tipo di mongolico. [...] Abbiamo riferito sulla probabile esistenza di un pollo di tipo Mongolico [in Britannia], ma abbiamo motivi per credere che erano tali solamente i comuni polli da cortile, mai impiegati in combattimento. In quanto il pollo da combattimento proveniva chiaramente dalla Persia, come è stato spiegato nei capitoli precedenti.

Quindi, in base alle ricerche di Finsterbusch, i Fenici furono i principali artefici della diffusione del pollo non solo nel Mediterraneo, ma anche nel nord dell’Europa, fino all’Irlanda e all’Inghilterra. E si trattava del pollo da combattimento, ma senz’altro anche del pollo da tavola, ambedue usati quotidianamente dai Fenici. Ma Finsterbusch puntualizza che “before the Phenician, the Britons had some sort of domestic fowl, apparently of Mongolic type”.

Questo dato è molto importante, in quanto la presenza di un pollo di tipo mongolico in Britannia prima dell’influenza fenicia fa pensare a un intervento dei Celti. Infatti, come abbiamo già detto, Dillon & Chadwick fanno risalire alla tarda Età del Bronzo i primi insediamenti celtici nelle Isole Britanniche, precisamente intorno al 1180 aC [17] , ma fu solo verso il 600-500 aC che i Celti cominciarono a penetrare in Gallia e in parte anche in Britannia sovrapponendosi alle popolazioni agricole che vi dimoravano da più millenni (dal Paleolitico all’Età del Bronzo), portando a prevalere l’allevamento sulla coltivazione dei cereali [18] . L’Irlanda fu celtizzata sin dalla metà del I millennio aC, ma rimase immune da invasioni romane e germaniche.

I dati archeologici ossei di West e Zhou relativi alla Gran Bretagna potrebbero concordare con l’ipotesi di Finsterbusch circa la possibile presenza del pollo in Britannia indipendentemente da un’influenza fenicia, e che possiamo ipotizzare come magari dovuta alle successive ondate di insediamenti celtici. Infatti, come abbiamo visto, West e Zhou riportano 8 siti britannici, tutti posteriori a Mohenjo-Daro, ma i reperti di 5 di questi 8 siti risalgono all’Età del Ferro. Dei 5 siti dell’Età del Ferro, quelli sicuramente più antichi sono 3 e risalgono al periodo di La Tène o seconda Età del Ferro (seconda metà del I millennio aC); i rimanenti 2 vengono genericamente indicati come appartenenti all’Età del Ferro, in quanto forse non databili con sicurezza.

Ma è pure della massima importanza che Aristotele non abbia descritto un pollo con cinque dita in un’area così ampiamente frequentata dai Fenici come lo era stata quella del Mediterraneo. Si può quindi presumere che i Fenici diffusero sì un pollo asiatico, ma di verosimile domesticazione avvenuta nella Valle dell’Indo, dove la pentadattilia era sconosciuta, altrimenti grazie a questi infaticabili navigatori questa mutazione avrebbe facilmente raggiunto il Mediterraneo.

8.21. Conclusioni

Se Edward Brown avesse tenuto conto anche di Varrone (imperdonabilmente omesso anche da Aldrovandi), come pure dell’anno in cui Varrone per primo scrisse di polli a 5 dita (37 aC), e che tale data era posteriore di almeno 16-17 anni a quella della seconda spedizione di Cesare in Britannia, egli avrebbe potuto concludere - anche su base puramente cronologica - che i polli pentadattili, non citati da Aristotele e assenti nell’area del Mediterraneo del IV secolo aC, con ogni probabilità erano stati portati a Roma dalla Britannia appena dopo le spedizioni di Cesare, e non il contrario, come comunemente si crede e si accetta.

A partire da quel momento, quei polli pentadattili - romanizzati e di origine celtica - sopravvissero tali e quali in Italia per qualche tempo, forse anche per secoli, ma non disponiamo di alcuna documentazione sulla presenza nella nostra penisola di questa mutazione nei secoli successivi a Plinio e Columella. Infatti Palladio (IV sec dC), l’ultimo scrittore romano di agricoltura e pollicoltura (Opus agriculturae), non ha fornito alcun dato anatomico relativo al pollo. Abbiamo invece la testimonianza che nel mondo greco del III secolo dC i polli pentadattili erano ritenuti di ottima qualità. Lo afferma il geoponico greco Florentino, che forse era della Bitinia romana. Possiamo evincere che forse nello stesso periodo essi erano ancora presenti anche nel mondo romano.

Forse la mutazione importata dalla Britannia - oppure della Belgica - sopravvisse in Italia allo stato puro, cioè omozigote. Ma è forse più verosimile che la razza pentadattila di importazione venisse presto incrociata con polli indigeni a quattro dita, per cui in Italia la mutazione cinque dita scomparve quasi completamente, in quanto si era fatta ibrida, eterozigote.

Che questa mutazione fosse praticamente sconosciuta nell’Italia del XVI secolo è erroneamente testimoniato da Aldrovandi. Ma esiste un motivo per cui in Italia il fenotipo giunse in un certo qual modo a occultarsi nonostante magari il gene responsabile fosse ancora presente nel patrimonio genetico degli ibridi: a parte che la polidattilia dovuta al gene Po è un tratto complesso, influenzato da geni modificatori e soppressori, il modo di trasmettersi di questo tratto è quello di un gene autosomico incompletamente dominante. Un’ulteriore complicazione relativa alla sua ereditarietà è il fatto che alcuni ceppi polidattili, come pure alcuni ceppi non polidattili, sono portatori di geni soppressori che possono inibire completamente l’espressione della polidattilia in soggetti genotipicamente polidattili.

Dopo un’accurata analisi dell’intricato capitolo riguardante i geni che potrebbero causare una polidattilia, inclusi il gene Pod della polidattilia duplicata e il gene po-2 della polidattilia recessiva, come pure il gene psp (polidattilia, sindattilia, ptilopodia), Michael Romanov è giunto a una conclusione: dal momento che in tutte le razze note di polli pentadattili la mutazione più probabilmente in causa è la classica mutazione incompletamente dominante Po, anche nelle razze pentadattile antiche e contemporanee il gene più probabilmente e più frequentemente in causa è stato ed è il gene Po, ad eccezione ovviamente dei polli scotomizzati da Aldrovandi, nei quali è chiaramente in causa il gene Pod.

All’opposto di quanto si è verificato in Italia, da secoli o da millenni sia la Dorking che la Houdan sono ancora due razze pentadattile pure, e la loro situazione di purezza genetica ha permesso - e sta ancora permettendo - l’espressione della loro polidattilia, che forse giunse ai Celti dalla Cina attraverso le steppe russe o attraverso la Via della Seta - come suggerito da West & Zhou e come è testimoniato da Pallas -, e non dal bacino del Mediterraneo o da Mohenjo-Daro.

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8.22. Lettura: la Dorking di Teodoro Pascal

Le razze della gallina domestica, Roux e Viarengo, Roma-Torino, 1905

VII —  Razze inglesi.

1) Introduzione  È generalmente noto che gli inglesi sono maestri nella difficile e paziente arte dell’allevamento, e non potrebbe essere altrimenti, quando si considera che hanno saputo, mediante sapiente selezione, fabbricare il cavallo locomotiva e quelle montagne di carne che rispondono ai nomi di vacca Durham e di maiale Yorkshire. Egli è quindi più che naturale che allevatori così eminenti non potevano trascurare gli animali del cortile, della colombaia e della voliera, e difatti, anche in questo importantissimo ramo della zootecnia, gli inglesi sono insuperabili: basti dire che pure ad essi devesi il pollo tutta carne, il pollo cioè dalle forme pronunziatamente quadre, come la vacca Durham, il Dorking infine, che vorrei chiamare gallina senza ossa. Ma non è qui soltanto che si arresta la valentia degli allevatori inglesi, poichè essi hanno perfezionato quasi tutte le principali razze galline di altri paesi, le hanno rese, dirò così, indigene: così, come ebbi ripetutamente a dire, le tre razze classiche francesi da carne hanno due tipi, il francese e l’inglese: egli è appunto il tipo inglese quello che è diffuso fuori della Francia, mentre che il tipo francese è da considerarsi come razza locale. La razza di Amburgo, abbenchè io l’abbia inquadrata nelle razze fiamminghe, imitando l’esempio di molti autori, è sempre vanto e gloria inglese; così continuando, potrei citare molte altre razze, che se non risultano inglesi dal loro certificato di nascita, lo risultano nei fatti, perchè vennero da qualche secolo sempre allevate in Inghilterra e portate ad un grado di perfezionamento che soltanto gli allevatori inglesi seppero raggiungere. Gli è che l’inglese segue il sistema pratico di cercare il buono dove esiste, di portarlo a casa sua, di perfezionarlo e di renderlo quindi, con tutto diritto, vanto nazionale. Un gran numero di allevatori del continente, spinto spesso da un falso amor proprio, vede il buono soltanto a casa sua, ed allora ristretta ne è la scelta e per conseguenza limitato il risultato.

La qualità economica predominante in tutte le razze inglesi è la produzione della carne, ma quella diametralmente opposta, la fetazione, se per legge naturale non la uguaglia, entra anche in considerazione. Se la passione per l’allevamento dei volatili del cortile, sotto il nostro azzurro cielo, fosse pari alla passione degli inglesi, contrariati in ciò dalle sfavorevoli condizioni del clima e del suolo, i nostri prodotti avini non avrebbero rivali: è vero che abbiamo nella gallina italiana la migliore fetatrice del mondo, ma è anche vero che noi non vi abbiamo messo niente del nostro per ciò conseguire. Ma lasciamo da parte la questione della fetazione e domandiamoci se abbiamo polli a carne squisita come le razze inglesi, come le francesi e le fiamminghe: ve l’ho già fatto rilevare che in questo ramo siamo proprio gli ultimi.

2) La razza Dorking   (gallus pentadactilus).

Forse poche razze galline possono paragonarsi alla Dorking, talmente sono accumulate in essa le prerogative di razza da utilità e da sport: distintissima produttrice di carne, discreta covatrice, affettuosa e premurosa madre, abbastanza buona fetatrice, bellissimo animale per l’imponenza delle sue forme e per le sue distinte livree. Ho detto « distintissima produttrice di carne», e veramente non vi è razza di gallina che la uguagli in questo campo; la succolenza delle sue carni bianchissime è rinvenibile forse nelle sole razze classiche francesi e nella Coucou di Malines, ma molti adoratori della razza Dorking non ammettono nemmeno questo paragone, e mettono la loro razza favorita in cima a tutte le migliori razze da carne, e forse non hanno tutti i torti, tanto più che la splendida razza nazionale degli inglesi è molto più voluminosa, molto più provvista di carne e grasso di qualunque altra razza classica da carne del continente.

Non ostante le sue virtù miracolose, la razza Dorking tende a cadere nell’oblio, non tanto nella sua patria, ma sul continente. Un celebre allevatore della razza Dorking, il signor O.C. Creswell, si pone, in merito a questo soggetto, la seguente domanda: «come si spiega che la Dorking si è sempre affermata e non andata soggetta al capriccio della moda, non ha avuto infine il suo quarto d’ora di trionfo, per poi eclissarsi come molte altre razze; come si spiega d’altra parte che la stessa non si riscontra nei cortili come per lo passato?». La razza Dorking, così risponde a un di presso questo distinto allevatore specialista, è certamente di molta antica data. Secondo tutte le probabilità i Dorking sono i discendenti di due antiche razze inglesi, di cui una venne forse introdotta dagli antichi Romani in Inghilterra. Ora una gallina che esiste da secoli in un paese ha dovuto necessariamente acclimatarsi nel corso di questo tempo. Molte nuove razze, che nel complesso costituiscono il prodotto di razionali incroci, dovuti agli allevatori americani, hanno la loro epoca di splendore e sono popolari; dopo pochi anni gli stessi allevatori si accorgono che questi polli non mantengono ciò che promettevano al principio. Gli stessi sono di natura robusta ed hanno tutti i requisiti della utilità, epperò ciò soltanto sino a che vengono allevati mediante incrocio, cioè mediante continua introduzione di sangue misto; ma come si vogliono elevare ad uno scalino superiore, portarli ad un tipo proprio, facendoli cioè riprodurre fra di loro, egli è appunto allora che vengono meno al loro còmpito. Ma vi ha di più per spiegarsi il motivo della continuata affermazione della razza Dorking: questi polli, per buona ventura, non sono stati sempre allevati allo scopo esclusivo di ottenere da loro uno o più mantelli fantastici, essi sono rimasti per lo più nelle mani di allevatori il di cui scopo principale non era quello di presentarli alle mostre. D’altronde, quando passeremo in rassegna le diverse livree della razza Dorking, il lettore potrà convincersi che le stesse non sono per nulla fantastiche, originali e sorprendenti: tutte non sono altro che livree comuni alla gallina volgare di ogni paese, quindi anche da questo lato gli allevatori inglesi hanno voluto imprimere alla loro razza nazionale una apparenza di gallina pratica per eccellenza. Io non credo di errare affermando che la creazione di mantelli chiassosi e strani avrebbe richiesto l’intervento anche di razze chiassose nello aspetto, di razze, infine, che non potevano riunire i requisiti della utilità a quelli dell’apparenza, ed allora la razza Dorking non sarebbe certamente una razza pratica o per lo meno non lo sarebbe al grado che ha raggiunto.

Ma come spiegarsi allora la diminuita passione per l’allevamento dei Dorking? Il Creswell vi vede le seguenti ragioni. Da una parte egli crede ad un pregiudizio degli allevatori e dall’altra vi vede la smania di cambiare il vecchio col nuovo, infine la smania che ha invaso gli allevatori di allevare sempre nuove razze. Il pregiudizio consiste nel fatto che da molti la Dorking è ritenuta come razza delicata, ma il Creswell spiega a suo modo questa opinione, e dico «a suo modo» poichè non mi sento di associarmi a ciò che egli dice. Il Creswell si esprime dunque così: «questa opinione è forse in un certo modo giustificabile, inquantochè i pulcini di razza Dorking, come quelli di altre razze precoci, s’impiumano rapidamente, al contrario delle razze asiatiche, spagnuole, ecc., le di cui piume spuntano gradatamente e perciò in un lungo periodo di tempo».

Ora succede che i pulcini della razza Dorking hanno pure un’epoca, all’età di 14 giorni sino a quattro settimane, nella quale abbisognano di essere protetti dall’umidità e dalle sfavorevoli condizioni atmosferiche. Tutto ciò sta bene, ma le cure che richiedono i pulcini nel sovracitato periodo di tempo sono un po’ soverchie a confronto di molte altre razze rustiche, quindi, checchè ne dica il sig. Creswell, non si può levare la patente di animali delicati ai pulcini della Dorking.

Al motivo della delicatezza dei pulcini, scusata in certo qual modo dal sig. Creswell, si aggiunge un’altra circostanza che spiega la diminuita passione per la razza Dorking in molte contrade: la razza nazionale inglese alligna bene soltanto in alcune località, abbisognandole per la sua prosperità un terreno permeabile, frollo, leggiero. Il sig. Creswell invece non è di questo parere, e dice che ha allevato con successo, 15 anni or sono, la razza Dorking, in una località il di cui terreno non era leggiero: egli tenne quei polli in un terreno che la minima pioggia rendeva fangoso; ma in questi terreni acquitrinosi, secondo questo distinto allevatore, mettendo a disposizione degli animali un viale ben coperto di sabbia ed una piccola tettoia montata con tavole, essi sapranno bentosto utilizzare queste comodità della vita e sottrarsi così al freddo causato dalla umidità del suolo. I primi allevatori ed amatori che si dedicarono all’allevamento dei Dorking, sempre secondo il signor Creswell, non disponevano che di terreni pesanti e compatti, e qui questo allevatore di Dorking dice che potrebbe citare molti nomi; ma poichè non li cita, mi sia lecito che ne citi io alcuni che sono in opposizione a questo suo modo di vedere: il Baldamus, il Blancke, il La Perre de Roo, ecc., e badate, sono nomi autorevoli, sono avicultori che fanno testo in materia. Per concludere, egregio signor Creswell, vi dirò che tutti sono d’accordo a proclamare la vostra amata Dorking la regina delle razze galline, ma permettete che vi si dica, che come tutte le altre galline, ha anch’essa le sue pecche; queste quasi scompaiono davanti alle virtù straordinarie che si manifestano, ma ciò non toglie, come vorreste voi, che non esistano. La vostra costanza e quella dei vostri colleghi inglesi finiranno forse per rendere la vostra splendida razza nazionale una razza rustica per eccellenza, ma per ora vogliate accettare l’eloquenza dei fatti.

La razza Dorking domanda molto spazio; allevata in parco ristretto, non fa bene il tornaconto dell’allevatore e di più richiede una nutrizione confacente alla sua natura, poichè se viene abbandonata a sè stessa, come usano purtroppo i nostri contadini colla gallina italiana, si verifica un rapido deperimento a si hanno allievi meschini: la Dorking è dunque una razza artificiale, essa rende ad usura quello che dà, ma vuole essere curata, ed in ciò, voi lo sapete, gli allevatori inglesi sono maestri. Per le cure che richiede, la Dorking si potrebbe paragonare al cavallo puro sangue inglese, a quello splendido prodotto che è il supremo vanto dei figli d’Albione, ma che allevato senza le norme d’un allevamento speciale, deperisce rapidamente e finisce di correre.

Ed ora che ho detto il gran bene ed il poco male che si può dire della razza Dorking, permettetemi di aggiungere anche il lato il più favorevole dal quale si può gridare osanna alla splendida razza nazionale inglese: alludo alla sua eccezionale prerogativa di prestarsi, più che ogni altra razza, a migliorare la razza comune di qualunque contrada. Difatti, se vogliamo, la Dorking non è altro che una gallina comune, raddoppiata di volume e raffinata nelle forme. Chi ha ben compreso il valore della Dorking come razza incrociante, l’ho già detto a suo tempo, è stata la società avicula della Stiria, che con una costanza degna d’encomio, ha rigenerata la gallina comune di quella contrada con la Dorking: i risultati favorevoli non si sono fatti aspettare, ed ora se la capitale del vasto impero a mosaico vanta su i suoi mercati gli squisiti polli ingrassati che chiamano «Backhähnl», lo devono tutto alla solerzia degli allevatori stiriani. Nella gallina stiriana noi osserviamo il più felice incrocio che si abbia potuto concepire, mentre in molti altri prodotti incrociati, se vi scorre il sangue Dorking, non abbiamo un pollo riuscito quanto quello: difatti la gallina della Stiria, come era per lo passato, e come tuttora si riscontra nelle campagne, ha caratteri molto affini colla Dorking, solamente è a paragone di questa molto più piccola e non ha nemmeno le carni così squisite, ma per lo contrario è più distinta fetatrice della Dorking. Ora non vi pare che l’unione di queste due razze, la fusione delle buone qualità di ognuna, doveva dare i più lusinghieri risultati?

Nella razza Maggi scorre pure il sangue Dorking, ma si ricorse a questo elemento quando si era alle strette, cioè quando il tipo già creato con criteri indipendenti dall’applicazione del sangue Dorking, tendeva a dare risultati poco soddisfacenti, e così si è fatto con molti prodotti d’incrocio: e ciò conferma dunque maggiormente la preziosa qualità della Dorking di essere ottima razza incrociante. La Faverolles è anche un prodotto della Dorking, ma ha il vantaggio sulla Maggi di essere stata formata sin dal principio coll’intervento del sangue Dorking, e francamente, non per far torto alla Maggi, il suo aspetto generale è quello di distinto pollo da carne, superiore alla razza toscana. Purtroppo, come ho già accennato, la Maggi ormai non è più rinvenibile.

Augusto Gonin è stato il primo in Italia a propugnare l’incrocio, il rinsanguamento della nostra gallina italiana colla Dorking, mettendo in rilievo in diversi suoi scritti i vantaggi che ne risulterebbero. Il prof. Antonio Zanelli, in una lettera aperta, diretta al sovracitato, confermava quanto quest’ultimo ebbe sempre a sostenere con fede di vero apostolo. Incrociare la nostra gallina colla Dorking, ve lo giuro, non sarebbe affatto un errore, poichè non si fonderebbero assieme elementi troppo disparati; per conseguenza si otterrebbe un tipo facile a fissare in poche generazioni. Noialtri italiani abbiamo indubbiamente la migliore fetatrice del mondo, e notate, non siamo noi che lo diciamo, ma i tedeschi, quindi questa mia affermazione non la si può dire ispirata dall’ombra del campanile. Premesso ciò, voi direte con me che sarebbe un peccato d’incrociare la gallina italiana con qualsiasi altra razza, poichè la produzione in uova non ne verrebbe avvantaggiata coi nuovi prodotti incrociati.. Difatti gli americani per i primi, i tedeschi per i secondi, hanno un vero culto per la gallina italiana: essi l’hanno perfezionata, abbellita, ma non hanno sentito il bisogno di surrogarla con prodotti incrociati e da essa derivati. Sissignore, ve l’ho già detto, hanno incrociato i La Flèche colla nostra gallina (razza d’Augsburg), in seguito anche i Langshan (razza del nord della Baviera), ma malgrado ciò l’italiana trionfa sempre, tanto che si è sentito il bisogno di costituire dei clubs degli allevatori di razza italiana, segno evidente che fra i tedeschi sono molti gli appassionati della nostra gallina. Selezioniamo dunque la gallina italiana, diamole maggiore volume e tutto quello che segue, ma lasciamo stare d’incrociarla, sempre che pretendiamo uova in abbondanza smisurata. Incrociandola invece colla Dorking, certo non commetteremmo una cattiva azione, ma nell’intento di ottenere ottimi prodotti da carne e non i migliori produttori di uova che vi siano al mondo. In Italia manca una razza comune di tutto primo merito per la produzione della carne, quindi l’incrocio della Dorking potrebbe darcela con tutta facilità: formiamo accanto alla migliore fetatrice del mondo una buona gallina comune da carne, che se non sarà fetatrice eccezionale, ci darà per lo meno un reddito in uova pari e forse anche superiore alla Dorking.

La razza nazionale dei biondi figli di Albione trae il nome di Dorking dalla città omonima situata nella contea di Surrey, al sud dell’Inghilterra, ove, come nella contea di Sussex, viene coltivata da secoli. La particolarità della Dorking consiste nel quinto dito al piede, particolarità che riscontrasi in pochissime razze, nella Houdan, nella Sultana, nella Mora a seta, ecc. La gallina comune a cinque dita era conosciuta sin dall’epoca romana, come risulta da una descrizione lasciata da Columella, quindi è lecito supporre che i romani portarono questo volatile a cinque dita nella Gran Brettagna quando la conquistarono, e che perciò la razza Dorking, pure a cinque dita, non sia altro che un derivato del pollo dei Romani; e difatti la generalità degli autori inglesi è del parere che la gallina bruno scura ed a quattro dita del Sussex, incrociata colla gallina a cinque dita, abbia dato il tipo primitivo della Dorking. Ma d’altra parte qualche autore inglese vede l’origine della sua razza dalla gallina comune a cinque dita della Normandia. Comunque, l’origine romana, e parimente l’origine francese della Dorking, nulla tolgono e nulla aggiungono al valore della superba razza inglese, ma resta assodato che la gallina a cinque dita è quella che le ha dato origine.

Il moderno Dorking non è più lo stesso di circa cinquanta anni fa, il tipo di allora era di figura più piccola e più compatta dell’attuale, era nel contempo più basso ed aveva l’ossatura più piccola. Questo antico venne gradatamente perfezionato nel mantello e ingrandito nella statura, ma si fu dal 1858 in poi che lo stesso subì profonda modificazione, e come punto di partenza servì all’uopo un magnifico gallo avuto dalle Indie nel 1857 dal noto allevatore inglese Iohn Douglas. Questo animale era proveniente da incroci della razza Dorking con galline delle Indie inglesi, pesava la bellezza di kg. 5,550 ed aveva la cresta scempia: l’accoppiamento di questo superbo animale con galline Dorking diede splendidi prodotti; in seguito s’introdusse nei prodotti d’incrocio il sangue della razza Brahma-Pootra per vieppiù aumentare il volume. Il sangue asiatico, e parimente l’orientale, fu causa di produrre animali troppo ossuti, alti sulle gambe e a tarsi troppo scuri. Gli allevatori inglesi si accorsero del danno che avevano arrecato alle primitive qualità della loro antica razza nazionale e cercarono perciò di ripristinare l’antico tipo, pur rispettando l’accresciuto volume; così tutti gli sforzi furono rivolti a riottenere i tarsi bianchi con vena rosea, le gambe più corte ed il petto più arrotondito. Da allora in poi la razza andò sempre migliorando, al punto da diventare quello splendido ed impareggiabile prodotto che è attualmente. Pur tuttavia molti allevatori inglesi sono dell’opinione che colla trasformazione dell’antico tipo nel moderno, abbenchè si abbia conseguito un considerevole aumento di volume, si è sempre andato incontro ad un regresso, poichè l’ossatura del moderno tipo è sempre molto più grossa di quella del tipo antico, anche relativamente parlando: difatti non per nulla vi entra in considerazione l’ossatura mastodontica della razza Brahma-Pootra; egli è bensì vero che vennero eliminati i difetti di questa razza nel moderno Dorking, ma per quanto ben fatta detta eliminazione, la stessa non poteva mai essere assolutamente perfetta, e perciò, quantunque in piccola dose, gli inconvenienti dell’intromissione del sangue asiatico non poterono sparire del tutto nei moderni Dorking. Comunque sia, da circa 20 anni la razza Dorking è entrata in un’epoca di tregua, poichè il suo tipo è ormai ben fissato e non si è più avuto bisogno di ricorrere a nuovi incroci con razze più o meno mastodontiche: gli allevatori inglesi riposano ora sui raccolti allori e vi dicono: «questa è la nostra razza nazionale, accettatela come è, poichè il nostro còmpito di perfezionarla è al suo termine - dagli allevatori ora non esigiamo altro che di saperla mantenere con continuata ed intelligente selezione». Certamente questo popolo, allevatore per eccellenza, ha pienamente ragione, giacchè la sua razza nazionale è la più bella di tutte le razze pratiche che abbiamo.

Caratteri generali e morali della razza.

Testa - abbastanza grande, ma fine.

Becco - di media lunghezza, robusto e color corno chiaro.

Cresta - grande nel gallo e piccola nella gallina, di tessuto fine, spessa, scempia, profondamente e regolarmente dentellata, diritta nel gallo e ripiegata da un lato nella gallina, ricovrente la base del becco e prolungantesi dietro alla testa. La cresta scempia comparisce in tutte le varietà, salvo che nella bianca, che ha invece cresta riccia terminata a punta come nella razza di Amburgo; per lo passato si sono allevati tipi colorati a cresta riccia, così non è difficile di riscontrare nei vecchi trattati di pollicoltura qualche incisione dove la Dorking colorata è rappresentata a cresta riccia.

Bargigli - lunghi, larghi, pendenti e bene arrotondati.

Occhi - con iride di colore rosso scuro in tutte le varietà colorate e aranciato nella varietà bianca.

Orecchioni - rossi, larghi e pendenti.

Guancie - rosse.

Collo - sensibilmente arcuato, corto, massiccio e guarnito di lunghe piuma.

Corpo - grosso e quadro.

Dorso - largo, piuttosto lungo, stringente verso i reni che sono però pure larghi, inclinato indietro.

Ali - grandi, larghe, compatte e serrate al corpo.

Petto - ampio, pieno, arrotondito e prominente.

Gambe - massiccie e corte con calcagni bene impiumati e poco visibili.

Tarsi - corti, robusti, nudi, color di corno bianco o rosei.

Dita - cinque e cioè tre davanti diritte, lunghe e larghe e due portate indietro e nettamente separati l’uno dall’altro, il quinto dito situato al disopra del quarto e rivolto un po’ in alto.

Coda - larga, ben guarnita di lunghe e larghe falcette che sono abbastanza in alto, ma giammai a scoiattolo.

Portamento - fiero e maestoso.

Indole - docile quanto mai, però il gallo è piuttosto attaccabrighe anzichè no, egli è infine geloso sultano del suo harem.

Peso -  Gallo kg. 5, 6 e magari 7 nelle varietà colorate

Gallina kg. 4 a 5 nelle varietà colorate.

Gallo kg 4½ a 5 nella varietà bianca.

Gallina kg. 3 a 3½ nella varietà bianca

S’intende bene che il massimo peso di 6 a 7 chilogrammi è un’eccezione alla regola.

Statura - superiore alla ordinaria, ma non di molto poichè l’animale è basso sulle gambe, quantunque voluminosissimo di corporatura.

Fetazione - abbondante e precoce, ma non abbondantissima, più abbondante ancora nella varietà bianca.

Uova - grosse, bianche e molto pesanti, raggiungono, come massimo peso, i 90 grammi.

Carne - deliziosissima, d’un sapore unico, forse non rinvenibile in nessun’altra razza di galline: è meravigliosa la rapidità e la facilità con cui ingrassa questa razza, poichè a 7 mesi si hanno dei galletti vergini ingrassati, del rispettabile peso di kg. 4 a 4½.

Incubazione - la gallina Dorking non cova tanto facilmente, ma quando ci si mette è la migliore covatrice che si possa immaginare, e come conduttrice vale più delle galline delle razze asiatiche, poichè lascia molto tardi la sua prole.

Rusticità - lascia molto a desiderare, ma questo difetto della Dorking, certamente di non poco rilievo per non pesare nella bilancia, viene attenuato di molto di fronte agli incomparabili meriti della razza, anzi oserei dire che quasi sparisce.

Conclusione - la razza Dorking è indubbiamente la regina fra le razze delle galline.

8.23. Lettura
I Galati di Comontorio e Cavaro nelle vicende dei Bizantini: 277-220 aC.

Polibio - Storie - libro IV

a cura di Domenico Musti - traduzione di Manuela Mari - note di John Thornton

Biblioteca Universale Rizzoli - 2001

I Bizantini, i loro commerci e i nemici limitrofi.

38. I Bizantini abitano il luogo meglio situato sul mare per sicurezza e prosperità in tutto il mondo abitato ai nostri tempi, che è però rispetto alla terra il più infelice di tutti, sotto entrambi i punti di vista. (2) Sul mare, infatti, sovrastano l’imboccatura del Ponto [19] da una posizione così forte che nessun mercante può navigare né in entrata né in uscita contro la loro volontà. (3) Disponendo il Ponto [20] di molte delle risorse utili agli altri uomini per vivere, di tutte queste sono padroni i Bizantini. (4) Per quanto riguarda i beni necessari all’esistenza, la regione del Ponto ci fornisce infatti [a noi Greci], come tutti sanno, bestiame e una massa enorme e preziosissima di persone da condurre in schiavitù; in quanto poi ai bisogni superflui, ci rifornisce largamente di miele, cera, pesce salato. (5) Essi importano, invece, dalle eccedenze delle nostre regioni, olio e ogni qualità di vino; il grano lo scambiano, ora vendendolo a condizioni vantaggiose, ora acquistandolo. (6) Dunque i Greci verrebbero necessariamente privati del tutto di tutti questi beni, o il traffico di essi diventerebbe per loro assolutamente non redditizio, se i Bizantini volessero deliberatamente danneggiarli e associarsi ora ai Galati, ora, piuttosto, ai Traci, o se non abitassero per nulla i luoghi: (7) per l’angustia dello stretto e per la grande quantità di barbari che si trovano nei pressi, infatti, non c’è dubbio che il Ponto non sarebbe stato per noi navigabile. (8) Forse, dunque, i massimi vantaggi finanziari vanno a loro, grazie alle particolarità dei luoghi (9) — tutto quello che è prodotto da loro in eccedenza può essere esportato, e quello che manca può essere importato in modo agevole e vantaggioso, senza alcuna difficoltà o pericolo ; (10) ma di sicuro molte comodità vengono, grazie a loro, anche agli altri, come abbiamo detto. Perciò, poiché sono, per così dire, comuni benefattori di tutti, dovrebbero a buon diritto ottenere dai Greci non solo riconoscenza, ma anche comune soccorso nelle difficoltà causate dai barbari. (11) Poiché la maggior parte delle persone ignoravano la particolarità e la posizione favorevole del luogo dato che esso si trova un po’ al di fuori delle parti del mondo che vengono visitate, (12) e poiché tutti vogliamo conoscere tali cose e soprattutto vedere con i nostri occhi quei luoghi che hanno qualcosa di straordinario e di particolare o, se questo non è possibile, farcene dentro di noi un’idea e un’immagine il più possibile vicine alla verità, (13) si dovrà dire qual è la situazione e che cos’è che procura tanta e tale agiatezza alla città di cui stiamo parlando.

Geografia del Mar Nero e di Bisanzio.

39. Ebbene, quello che viene chiamato Ponto ha un perimetro molto vicino ai ventiduemila stadi [21] , e due imboccature situate in posizione diametralmente opposte, una dalla parte della Propontide [Mar di Marmara], l’altra dalla parte della palude Meotide [Mar d’Azov], che di per sé sola ha una circonferenza di ottomila stadi. (2) Poiché in questi bacini sfociano molti e grandi fiumi dall’Asia e altri ancora più grandi e numerosi dall’Europa, ne risulta che la Meotide, riempita da questi, scorre verso il Ponto attraverso l’imboccatura, e il Ponto verso la Propontide. (3) L’imboccatura della Meotide si chiama Bosforo [22] Cimmerio: ha una larghezza di circa trenta stadi e una lunghezza di sessanta, ed è tutta poco profonda; (4) quella del Ponto è detta, analogamente, Bosforo Tracio ed è di circa centoventi stadi in lun-ghezza, mentre la larghezza non è la stessa in ogni punto. (5) L’imboccatura dalla parte della Propontide comincia con lo stretto di Calcedone e Bisanzio, (6) che è di quattordici stadi, dalla parte del Ponto con il cosiddetto Luogo Sacro, sul quale dicono che, di ritorno dalla Colchide, Giasone offrì il primo sacrificio ai dodici dèi: esso si trova in Asia e dista dall’Europa circa dodici stadi, in direzione del tempio di Serapide in Tracia che è situato dirimpetto [23] . (7) Due sono le cause del costante deflusso verso l’esterno della Meotide, come del Ponto. Una è immediatamente evidente a tutti: quando molte correnti si gettano nella circonferenza di bacini ben delimitati, (8) l’acqua diventa sempre più abbondante, e dovrebbe, se non ci fosse nessuno sbocco, montando sempre più, abbracciare uno spazio anche più ampio del bacino, mentre, se sbocchi vi sono, quella che sopraggiunge ed è in eccesso, traboccando, deve scorrere via e passare continuamente attraverso le imboccature esistenti. (9) La seconda causa è che, quando i fiumi portano in questi bacini una gran quantità di terra d’ogni tipo nei periodi di piogge abbondanti, l’acqua, sospinta dal fango che si accumula, monta sempre più e passa in modo analogo attraverso i bacini esistenti. (10) Essendo l’interramento e l’afflusso dei fiumi incessante e continuo, anche il deflusso attraverso le imboccature è necessariamente incessante e continuo. (11) Le vere ragioni per le quali il Ponto defluisce verso l’esterno sono dunque queste, e la loro credibilità non si basa su racconti di mercanti, ma sull’osservazione dei fatti naturali: non è facile trovare un sistema più accurato di questo.

40. Poiché abbiamo fissato l’attenzione su questo punto, nulla va trascurato o ridotto a una semplice menzione, come fa di solito la maggioranza degli storici, ma piuttosto va fatta un’esposizione dettagliata, per non lasciare nessun dubbio in coloro che desiderano conoscere l’oggetto delle nostre ricerche. (2) Ciò, infatti, è tipico dell’epoca attuale, nella quale, essendo divenuti tutti i luoghi percorribili per via di mare e di terra, non sarebbe più opportuno utilizzare come testimoni di ciò che non si conosce poeti e mitografi, (3) come hanno fatto, sulla maggior parte degli argomenti, quelli che ci hanno preceduto, presentando, secondo Eraclito [24] , garanti poco affidabili su questioni controverse, ma si deve cercare di offrire ai lettori una garanzia sufficiente e basandosi solo sulla ricerca. (4) Ebbene, diciamo che il Ponto, ora come in antico, si colma di terra, e che col tempo la Meotide e questo si interreranno completamente, almeno se le caratteristiche dei luoghi restano le stesse e se continuano a operare le cause dell’interramento. (5) Se infatti il tempo è illimitato e i bacini delimitati da ogni parte, è chiaro che, anche se viene introdotta una quantità modesta di terra, col tempo essi vengono riempiti. (6) Secondo natura, infatti, se qualcosa di limitato aumenta incessantemente o decresce in un tempo illimitato, anche se ciò avviene nella misura più piccola — si badi bene —, il processo deve necessariamente compiersi secondo la premessa. (7) Se poi viene introdotta una quantità di terra non modesta, ma molto abbondante, è evidente che ciò di cui ora stiamo parlando avverrà non in un’epoca indeterminata, ma presto. (8) E in effetti sembra che stia già avvenendo. Risulta, infatti, che la Meotide si sia già riempita di terra: la massima parte di essa, infatti, è appunto profonda sette o cinque orgìe [25] , e perciò non è più possibile navigarvi con navi grandi senza un pilota. (9) Essa che in origine era un mare comunicante con il Ponto, come gli antichi sono concordi nel dire, ora è una palude d’acqua dolce, poiché il mare è stato scacciato dai depositi di terra e prevale l’apporto dei fiumi. (10) Avverrà qualcosa di molto simile anche al Ponto, e già si sta verificando ora; ma ciò non è molto evidente ai più per via dell’estensione del bacino. Quanto sta accadendo è tuttavia chiaro già ora a chi vi presta un po’ d’attenzione.

41. Poiché infatti l’Istro [Danubio], provenendo dall’Europa, si getta con parecchie foci nel Ponto, presso questo viene a formarsi con i sedimenti portati dalle foci, per circa mille stadi, una lingua di terra distante un giorno di cammino dalla terraferma; (2) quelli che navigano nel Ponto, dirigendosi a gran velocità verso di essa quando ancora si trovano in alto mare, di notte si incagliano senza accorgersene in quel punto. I marinai lo chiamano «Mammelle». (3) Del fatto che il fango non si accumula proprio nei pressi della terra, ma viene spinto in avanti a notevole distanza, si deve ritenere che la causa sia questa: (4) quanto più i corsi dei fiumi, per la forza della corrente, prevalgono sul mare e vi irrompono a forza, tanto più anche la terra e tutto quello che viene trasportato dalle correnti vengono necessariamente spinti avanti, senza mai trovare pausa né sosta; (5) quando invece per la profondità e la massa del mare le correnti ormai si indebolîscono, è ragionevole, secondo natura, che il fango, cadendo verso il basso, ormai si fermi e arresti la sua corsa. (6) Per questo, dunque, gli accumuli di terra creati dai fiumi impetuosi e di grandi di-mensioni si formano lontano e le acque vicine alla terraferma sono profonde, mentre i banchi creati dai fiumi più piccoli e dal corso calmo si formano proprio presso le foci. (7) Questo è evidente soprattutto nel caso di piogge forti: allora, infatti, anche le correnti modeste, se hanno la meglio sulle onde quando sfociano in mare, spingono via il fango, sicché la distanza di ciascun deposito è proporzionale alla forza delle correnti che si gettano in mare. (8) Non si deve dubitare affatto dell’estensione della lingua di terra in questione, né, in generale, della quantità di pietre, legname e terra trasportata dai fiumi — sarebbe, infatti, sciocco —, (9) poiché è sotto gli occhi di tutti che un torrente qualsiasi spesso in breve tempo scava burroni e si apre brecce profonde, trasporta ogni genere di legna, terra e pietre, crea depositi tanto grandi da trasformare, talvolta, e rendere irriconoscibili gli stessi luoghi.

42. Di conseguenza, non è il caso di meravigliarsi se fiumi tali e tanto grandi, con il loro corso costante, provocano qualcuna delle conseguenze di cui si è detto e alla fine riempiono il Ponto. (2) Se si ragiona correttamente, infatti, appare non probabile, ma ineluttabile che questo si verifichi. (3) Ecco un segno di quanto accadrà: come è ora più dolce l’acqua della Meotide di quella del Ponto, così quella del Ponto viene giudicata diversa, evidentemente, da quella del nostro mare. (4) Da ciò risulta chiaro che, quando sarà trascorso un periodo che abbia, con il tempo impiegato dalla Meotide per riempirsi, lo stesso rapporto che c’è tra l’ampiezza dell’uno e dell’altro bacino, allora anche il Ponto si riempirà di melma e avrà acqua dolce e aspetto di palude, in modo del tutto simile alla palude Meotide. (5) E si deve suppone che ciò avverrà tanto più rapidamente quanto più grandi e numerosi sono i corsi dei fiumi che vi si gettano. (6) Questo sia detto per chi non crede che il Ponto si stia già ora interrando e si interrerà un giorno, e che un mare così grande sarà una palude e una laguna. (7) Ancor più, ciò sia detto per far fronte ai falsi racconti e alle frottole dei naviganti, per non essere costretti dall’ignoranza ad ascoltare a bocca aperta, come fanciulli, tutto quello che ci viene detto, e poter invece entro certi limiti, sulla base delle tracce di verità di cui disponiamo, giudicare vero o meno quanto alcuni dicono. (8) Possiamo ora riprende-re il discorso sulla favorevole posizione di Bisanzio.

43. Lo stretto che congiunge il Ponto e la Propontide ha una lunghezza di centoventi stadi, come ho detto poco fa, e il Luogo Sacro segna il limite verso il Ponto, lo stretto di Bisanzio il limite verso la Propontide: (2) tra questi c’è Ermeo [Rumeli Hisarı], che è situato in Europa, su una sporgenza protesa sullo stretto come un promontorio, dista dall’Asia circa cinque stadi e si trova nel punto più angusto di tutto lo stretto; in questo luogo dicono che Dario costruì un ponte sul braccio di mare, al tempo in cui faceva la traversata contro gli Sciti [26] . (3) In tutto lo spazio restante a partire dal Ponto l’intensità della corrente è del tutto simile, data la natura uniforme dei luoghi posti lungo lo stretto, su entrambe le sponde; (4) ma appena la corrente, muovendo dal Ponto verso Ermeo, in Europa, dove abbiamo detto che c’è il punto più stretto, e venendo bloccata, irrompe con forza, allora, respinta come da un colpo, si dirige verso la sponda opposta, quella dell’Asia. (5) Da lì nuovamente, come tornando indietro, muta direzione verso i promontori d’Europa detti Estie [Arnautköi]. (6) Muovendo di nuovo da qui, irrompe sulla cosiddetta «Vacca», che è un luogo dell’Asia, il primo nel quale, raccontano i miti, Io giunse dopo aver superato lo stretto [27] . (7) Alla fine dunque la corrente muovendo dalla «Vacca» si dirige verso la stessa Bisanzio e, dopo essersi divisa nei pressi della città, con la parte piccola delimita, gettandosi nel suo golfo, il cosiddetto «Corno» [Corno d’Oro], mentre la parte maggiore ripiega nuovamente. (8) Non riesce più, dunque, a mantenere forza fino alla sponda opposta, sulla quale è Calcedone: (9) avendo più volte mutato direzione, infatti, ed essendo lo stretto piuttosto largo, in questo punto ormai la corrente, indebolendosi, non piega più verso la parte opposta brevemente, ad angolo acuto, ma piuttosto ad angolo ottuso, (10) per cui, allontanandosi dalla città di Calcedone, si porta attraverso lo stretto.

44. A rendere favorevolissima la posizione della città di Bisanzio, al contrario di quella di Calcedone, è ciò che ora abbiamo detto, sebbene a prima vista la collocazione delle due sembri essere ugualmente favorevole. (2) E tuttavia non è facile, anche volendo, approdare nell’una, mentre la corrente porta necessariamente verso l’altra, anche se uno non vuole, come abbiamo detto poco fa. (3) Ecco un segno di questo: quelli che da Calcedone vogliono salpare per Bisanzio non riescono a navigare in linea retta, a causa della corrente che si frappone, ma deviano verso la «Vacca» e la località chiamata Crisopoli (4) — un tempo occupata su consiglio di Alcibiade dagli Ateniesi [28] , che per la prima volta presero l’iniziativa di far pagare il passaggio a quelli che navigavano verso il Ponto — e si lasciano portare avanti dalla corrente, che necessariamente li conduce verso Bisanzio. (5) Le cose vanno nello stesso modo per la navigazione dall’altra parte della città di Bisanzio: (6) se infatti uno corre spinto da venti del Sud dall’Ellesponto, o verso l’Ellesponto dal Ponto spinto dai venti etesii [29] , lungo la costa dell’Europa da Bisanzio la navigazione si compie in linea retta, e al tempo stesso risulta agevole a condursi verso gli stretti della Propontide, nella zona di Abido e Sesto [30] , e da lì di nuovo allo stesso modo verso Bisanzio, (7) mentre il contrario accade partendo da Calcedone lungo la costa dell’Asia, poiché la navigazione lungo questa costa segue una traiettoria sinuosa e il territorio dei Ciziceni [31] si pro-tende molto in avanti. (8) È difficile infatti, per la corrente e per le ragioni appena ricordate, portandosi dall’Ellesponto verso Calcedone, navigare lungo la costa dell’Europa e poi, avvicinandosi alla zona di Bisanzio, curvare e correre verso Calcedone. (9) Allo stesso modo, è assolutamente impossibile, salpando per tornare indietro, correre direttamente verso la Tracia, sia per la corrente che si frappone, sia perché i venti da entrambe le direzioni ostacolano l’uno e l’altro tentativo, (10) in quanto il Noto [32] spinge verso il Ponto mentre il Borea ne allontana, e bisogna necessariamente sfruttare questi venti per correre in ciascuna delle due direzioni. (11) Questi, dunque, sono i fattori che rendono favorevole la posizione dei Bizantini sul mare, mentre quelli che la rendono sfavorevole rispetto alla terra sono quelli che sto per esporre.

Le difficoltà dei Bizantini dovute ai Traci e ai Galati.

45. Poiché la Tracia circonda tutt’intorno il loro territorio, così da giungere da un mare all’altro, essi hanno con gli abitanti di questa terra una guerra costante e impegnativa. (2) Nemmeno quando sono ben preparati e hanno la meglio su di loro sono infatti in grado di sbarazzarsi della guerra una volta per tutte, a causa del gran numero di popolazioni e di dinasti: (3) se infatti hanno il sopravvento su uno, altri tre dinasti più forti assalgono il loro territorio. (4) E non ottengono niente di più nemmeno cedendo o acconsentendo a tributi e patti: se fanno qualche concessione a uno, infatti, per questa sola ragione trovano nemici in numero cinque volte maggiore. (5) Perciò sono oppressi da una guerra costante e impegnativa: cos’è infatti più rischioso di una guerra con vicini e con barbari? Cos’è più terribile? (6) E in effetti, lottando continuamente, sulla terra, con queste difficoltà, senza contare gli altri mali che si accompagnano a una guerra, sopportano una specie di supplizio di Tantalo, per dirla con il poeta [33] : (7) avendo, infatti, una terra assai feconda, ogni volta che con il duro lavoro ne ricavano una gran quantità di frutti di eccellente qualità, e poi arrivano i barbari e in parte li distruggono, in parte li raccolgono e li portano via, (8) allora essi, senza contare il lavoro e le spese, osservando la distruzione e considerando la qualità dei frutti, sono costernati e indignati per l’accaduto. (9) Ma tuttavia, pur dovendo sostenere in continuazione la guerra portata loro dai Traci, persistevano negli originari accordi con i Greci; (10) quando però sopraggiunsero contro di loro i Galati guidati da Comontorio, vennero a trovarsi in estrema difficoltà.

L’arrivo dei Galati e delle loro tangenti. Il dazio dei Bizantini.

46. Costoro si erano mossi dalla propria terra insieme con Brenno e, scampati al pericolo nei pressi di Delfi e giunti sull’Ellesponto, non erano passati in Asia, ma erano rimasti lì, poiché si trattenevano volentieri nella zona di Bisanzio. (2) Avuta la meglio sui Traci e stabilita come capitale Tylis, mettevano i Bizantini in grave pericolo. (3) All’inizio, dunque, nei loro assalti ai tempi di Comontorio, che fu re per primo, i Bizantini continuavano a dar loro in dono ogni volta tremila o cinquemila stateri d’oro, e qualche volta diecimila, a condizione che non devastassero il loro territorio. (4) Alla fine furono costretti ad accettare il versamento di un tributo di ottanta talenti all’anno, fino a Cavaro, al tempo del quale il regno fu abbattuto e tutto il loro popolo fu distrutto, essendo stato vinto, con un capovolgimento di situazione, dai Traci. (5) In quell’epoca, pressati dai tributi, prima inviavano ambasciatori presso i Greci, chiedendo che li aiutassero e dessero loro un contributo nei pericoli che li minacciavano; (6) poiché però quelli per lo più non prestavano loro ascolto, si videro costretti a far pagare il passaggio a quelli che navigavano verso il Ponto.

La guerra dei Rodii e dei Bitini contro Bisanzio.

47. Poiché tutti ebbero gravi svantaggi e difficoltà dall’imposta che i Bizantini riscuotevano sulle merci esportate dal Ponto, il fatto era giudicato grave, e tutti i naviganti reclamavano con i Rodii, poiché costoro avevano fama di detenere il primato nelle cose di mare. (2) Da ciò nacque la guerra che stiamo per raccontare. (3) I Rodii, infatti, esasperati dai danni che subivano loro stessi e aI tempo stesso dalle perdite dei vicini, dapprima, ricevuti gli alleati, inviavano ambasciatori ai Bizantini, domandando che abolissero il pagamento del passaggio; (4) poiché però costoro non si lasciavano assolutamente persuadere, ma erano convinti di parlare giustamente a seguito delle trattative portate avanti presso di loro da Ecatodoro e Olimpiodoro [34] con gli ambasciatori dei Rodii (5) — costoro, infatti, erano allora a capo dello stato dei Bizantini, — allora i Rodii partirono senza aver concluso nulla (6) e, una volta ritornati, decretarono la guerra ai Bizantini per le ragioni di cui s’è detto. (7) E immediatamente inviavano ambasciatori a Prusia [35] ,esortando anche lui alla guerra: sapevano, infatti, che Prusia aveva alcuni motivi di contrasto con i Bizantini.

48. Qualcosa di simile facevano i Bizantini: mandavano infatti ambasciatori ad Attalo e ad Acheo [36] , chiedendo che li aiutassero. (2) Attalo era pieno di buona volontà, ma aveva allora scarso peso, dal momento che era confinato da Acheo entro i domini paterni; (3) Acheo, invece, che dominava sulla zona di qua dal Tauro e che recentemente si era proclamato re, prometteva di portare aiuto. (4) Manifestando quest’intenzione suscitava grandi speranze nei Bizantini e, al tempo stesso, lo spavento dei Rodii e di Prusia. (5) Acheo era infatti parente di Antioco, che aveva ereditato il regno di Siria, e si era impadronito del dominio prima citato per le seguenti ragioni. (6) Quando morì Seleuco, che era padre dell’Antioco prima nominato, e gli succedette nel regno Seleuco, il più anziano dei suoi figli, egli, in quanto suo parente, lo aveva accompagnato nell’attraversamento del Tauro, all’incirca due anni prima dell’epoca di cui si parla ora. (7) Seleuco il giovane, infatti, non appena aveva ereditato il regno, venendo a sapere che Attalo aveva già sottomesso i domini di qua dal Tauro, fu spinto a difendere i propri interessi. (8) Ma, valicato il Tauro con un grande esercito, perse la vita, ucciso a tradimento dal galata Apaturio e da Nicanore. (9) Acheo, dato il loro legame di sangue, vendicò all’istante il suo assassinio uccidendo Nicanore e Apaturio, e presiedette al comando delle truppe e all’insieme degli affari in modo saggio e magnanimo. (10) Benché infatti le circostanze lo assistessero e il favore delle truppe potesse aiutarlo a cingere il diadema, preferì non farlo, conservando il regno per il più giovane dei figli, Antioco, e in un’efficace avanzata recuperò tutta la zona di qua dal Tauro. (11) Di fronte però al corso delle cose, per lui inaspettatamente favorevole, quando ebbe bloccato Attalo nella stessa Pergamo e fu padrone di tutto il resto, inorgoglito dai successi si lasciò subito andare. (12) E, cinto il diadema e attribuitosi il titolo di re, era allora il più potente e temibile tra i re e i dinasti di qua dal Tauro: (13) riponendo soprattutto in lui la loro fiducia, i Bizantini affrontarono la guerra contro i Rodii e Prusia.

49. Prusia in primo luogo accusava i Bizantini di non erigere certe statue che gli erano state decretate, anzi di tirare in lungo la faccenda e lasciarla cadere nell’oblio; (2) poi, era sdegnato con loro anche perché avevano profuso ogni impegno per far cessare l’odio e la guerra tra Acheo e Attalo, poiché riteneva che per molti versi l’amicizia tra quelli danneggiasse i suoi interessi. (3) Lo irritava anche il fatto che, a quanto risultava, i Bizantini avevano mandato presso Attalo degli inviati a partecipare ai sacrifici negli agoni di Atena, mentre non avevano mandato nessuno presso di lui alle Soterie [37] . (4) Perciò, poiché l’ira covava in lui a seguito di tutti questi fatti, sfruttò volentieri il pretesto fornitogli dai Rodii e, accordatosi con gli ambasciatori, richiese che quelli facessero guerra per mare, mentre per parte sua pensò di poter danneggiare in misura non inferiore i nemici sulla terra. (5) La guerra dei Rodii contro i Bizantini, dunque, ebbe inizio per queste ragioni e in tal modo.

50. I Bizantini dapprima conducevano energicamente la guerra, convinti che Acheo avrebbe portato loro aiuto mentre loro, fatto venire anche Tibete [38] dalla Macedonia, avrebbero circondato Prusia di minacce e di pericoli; (2) quest’ultimo, conducendo la guerra con la foga di cui si è detto, sottrasse loro il cosiddetto Luogo Sacro, sullo stretto (3) — di cui i Bizantini si erano appropriati poco tempo prima, avendolo comprato a caro prezzo per via della favorevole posizione del luogo, non volendo lasciare a nessuno né i mezzi per intervenire contro quelli che navigavano verso il Ponto, né possibilità di commerciare in schiavi e in prodotti legati propriamente al mare, — (4) e in Asia sottrasse loro anche il territorio che i Bizantini occupavano in Misia [39] ormai da molto tempo. (5) I Rodii, equipaggiate sei navi e presene inoltre altre quattro dagli alleati, e designato ammiraglio Senofanto, navigavano verso l’Ellesponto con le dieci navi. (6) Mentre con le altre navi stavano all’ancora nei pressi di Sesto, ostacolando quelli che navigavano verso il Ponto, l’ammiraglio, salpato con una sola, metteva alla prova i Bizantini, nel caso che, spaventati per la guerra, fossero già pentiti. (7) Poiché però quelli non gli davano peso, salpò e, prese le altre navi, fece vela con tutte per Rodi. (8) I Bizantini mandavano a chiedere aiuto ad Acheo, e spedivano inviati presso Tibete, perché lo conducessero lì dalla Macedonia: (9) sembrava, infatti, che il dominio sui Bitini spettasse a Tibete non meno che a Prusia, dato che era fratello del padre di Prusia. (10) I Rodii, prendendo atto della ferma decisione dei Bizantini, ebbero un’idea efficace per realizzare il loro proposito.

51. Vedendo infatti che per la resistenza dei Bizantini nella guerra erano essenziali le speranze legate ad Acheo e considerando che il padre di Acheo era trattenuto ad Alessandria e che Acheo teneva nella massima considerazione la salvezza del padre, pensarono di inviare ambasciatori a Tolomeo [40] e pregarlo di liberare Andromaco: (2) anche in precedenza lo avevano fatto, ma senza eccessivo impegno, mentre allora si adoperarono veramente per la faccenda, per mettere Acheo nella condizione di dover accettare ogni loro richiesta una volta che gli avessero reso questo favore. (3) Tolomeo, all’arrivo degli ambasciatori, meditava di trattenere Andromaco, sperando di servirsene in un’occasione favorevole, dato che restavano per lui in sospeso le questioni con Antioco e che Acheo, che recentemente si era proclamato re, aveva un ruolo decisivo in alcune faccende piuttosto importanti: (4) Andromaco, infatti, era padre di Acheo e fratello di Laodice, la moglie di Seleuco. (5) Tuttavia Tolomeo, essendo nel complesso incline a favorire i Rodii e desideroso di compiacerli in tutto, acconsentì, e concesse loro di ricondurre Andromaco dal figlio. (6) Essi, avendo condotto a buon fine questo piano e concesso inoltre onori ad Acheo, sottrassero ai Bizantini la speranza principale. (7) Accadde ai Bizantini anche un altro fatto strano: Tibete, mentre ritornava dalla Macedonia, perse la vita, vanificando i loro disegni. (8) Dopo questo fatto, i Bizantini persero slancio, mentre Prusia, rinvigorito nelle sue speranze per la guerra, vi si impegnava personalmente e si dedicava attivamente alle operazioni nella parte asiatica, mentre allo stesso tempo in quella europea, assoldati i Traci, non permetteva che i Bizantini uscissero dalle loro porte. (9) I Bizantini, delusi nelle loro speranze, soffrendo da ogni parte per la guerra, si guardavano intorno in cerca di una dignitosa via d’uscita da quella situazione.

Cavaro, re dei Galati, si reca a Bisanzio. Fine della guerra.

52. Giunse a Bisanzio Cavaro, il re dei Galati, che si dette da fare per far cessare la guerra e si impegnò a separare i contendenti: acconsentirono alle sue esortazioni sia Prusia, sia i Bizantini. (2) I Rodii, venuti a sapere degli sforzi di Cavaro e del mutato atteggiamento di Prusia e impegnati a condurre a termine il proprio disegno, (3) designarono Aridice come ambasciatore presso i Bizantini, e con lui inviarono nello stesso luogo Polemocle con tre triremi, (4) volendo, come si dice, mandare ai Bizantini la lancia e il caduceo allo stesso tempo [41] . Quando costoro comparvero, al tempo in cui Cotone, figlio di Calligitone, era ieromnemone [42] a Bisanzio, (5) furono conclusi questi semplici patti con i Rodii: che i Bizantini non riscuotessero pedaggio da nessuno di quelli che navigavano verso il Ponto, e i Rodii e i loro alleati, una volta avvenuto ciò, stessero in pace con i Bizantini. (6) Più o meno questi erano invece i patti con Prusia: che vi fosse pace e amicizia in ogni tempo tra Prusia e i Bizantini; che i Bizantini non conducessero in alcun modo spedizioni contro Prusia, né Prusia contro i Bizantini; (7) che Prusia restituisse ai Bizantini le terre, le fortezze, i servi e gli schiavi presi in guerra senza riscatto e, oltre a ciò, le imbarcazioni prese agli inizi della guerra e le armi trovate nelle fortezze, e allo stesso modo anche il legname, la pietra da costruzione e le tegole dal Luogo Sacro (8) — Prusia, infatti, in ansia per il ritorno di Tibete, aveva abbattuto tutte le fortezze che sembravano in posizione favorevole per qualche operazione —; (9) che Prusia costringesse certi Bitini a restituire ai contadini quanto avevano preso dal territorio della Misia sottomesso ai Bizantini. (10) Così iniziò e così si concluse, dunque, la guerra scoppiata tra i Rodii e Prusia da un lato e i Bizantini dall’altro.

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[1] Elatus viene interpretato in modo diverso da vari traduttori di testi latini. C’è chi gli attribuisce anche il significato di altezzoso, chi quello di altero. L’aggettivo elatus proviene dal verbo effero composto da ex+fero e che significa portare via, sollevare, innalzare, esaltare, insuperbirsi. Secondo Varrone i galli lussuriosi sono anche elati: “Gallos salaces qui animadvertunt, si sunt lacertosi, rubenti crista, rostro brevi pleno acuto, oculis ravis aut nigris, palea rubra subalbicanti, collo vario aut aureolo, feminibus pilosis, cruribus brevibus, unguibus longis, caudis magnis, frequentibus pinnis; item qui elati sunt ac vociferant saepe, in certamine pertinaces et qui animalia quae nocent gallinis non modo non pertimescant, sed etiam pro gallinis propugnent.” (III,9,5). In questo caso, come nel caso di Columella, io tradurrei elati con l’aggettivo alti, slanciati, riferito alla statura. La conferma di questa interpretazione viene da Aldrovandi, che a pag.198 così si esprime: “Probus vero, et laudabilis Gallus esto eiusmodi. Corpore sit procero et elato, quales in primis Varro laudat, in certamine sit pertinax, quin imo qui pugnam ipse non prius auspicetur tantum, si pugnandum est, et aggredientibus aliis fortiter repugnet, verumetiam acriter sese de illis ulciscatur, et animalia, quae nocent Gallinis, non modo non pertimescat, sed pro eisdem illa oppugnet [...]”. Ancora a pag. 198 Aldrovandi puntualizza: “[...] itaque ex eiusdem Columellae et Varronis potissimum praescripto illi omnino authores sumus, ut nisi salacissimos Gallinaceos alat, atque in his quoque, uti etiam in faeminis [feminis], quibus idem color, idemque unguium numerus est, et status altior.

[2] Caratteristiche indicate dall’American standard of perfection, 1993. - Tuttavia, ai tempi di Teodoro Pascal – nel 1905 – “il numero delle dita, nella razza tipica, deve ascendere a cinque, ma si ammettono anche individui a quattro dita.” (da Le razze della gallina domestica) Inoltre Pascal, pur affermando che la barba è piuttosto corta, ma spessa e decorata di basette corte e folte, nella sua raffigurazione del Sultano sia il gallo che la gallina sono imberbi e senza basette, con il maschio che ha dei bargigli da Livornese, e che quindi non sono “piuttosto corti (3 cm)” come descritto nelle note caratteristiche, ma assai esuberanti.

Insomma, nel 1905 si accettavano anche le 4 dita, una barba fantasma e dei bargigli rigogliosi, e non solo in Italia, ma anche in Inghilterra, come documentato da Lewis Wright nel suo The Illustrated Book of Poultry (1872 e successive edizioni).

[3] In Forma et descriptio a pagina 196: «Armantur calcari mares potissimum, ut scripsit Aristoteles, et faeminae [feminae] magna ex parte ea non habent. In maribus in magnam molem quandoque excrescunt, quales illi sunt, quos post depingeremus. Obscurus quidam de natura rerum huiusmodi spicula, seu calcaria in Gallinis errore potius, quam opere naturae quandoque dari tradit: verum quamvis mihi raro Gallinas calcaribus praeditas videri contigerit, tamen Aristoteles id affirmat ita scribens: Gallinae cum mares vicerint, cucur<r>iunt: cristaque etiam, caudaque erigitur, ita ne facile praeterea sit, an faeminae [feminae] sint, cognoscere: nonnunquam etiam calcaria parva iis enascuntur.» - «Soprattutto i maschi sono armati di speroni, come scrisse Aristotele, e le femmine per lo più non li posseggono. Talora nei maschi crescono fino a raggiungere grandi dimensioni, come sono quelli che poi rappresenteremo. Uno sconosciuto trattatista di storia naturale riferisce che nelle galline talora delle punte siffatte, o degli speroni, si producono più per errore che per opera della natura: nondimeno, nonostante mi sia successo raramente che le galline si presentassero fornite di speroni, tuttavia Aristotele lo afferma scrivendo così: “Le galline, allorché hanno avuto la meglio sui maschi, fanno chicchirichì: si drizza anche la cresta così come la coda, cosicché poi non è facile riconoscere se siano femmine: talvolta spuntano loro anche dei piccoli speroni.”» Aldrovandi non cita l’opera di Aristotele cui fa riferimento; solo grazie a D’Arcy Thompson sappiamo che la notizia è contenuta in Historia animalium IX, 631b. Ma secondo Mario Vegetti e altri studiosi gli ultimi due libri della Historia animalium - cioè il IX e il X libro - non sono autentici, e quindi non furono scritti da Aristotele: si tratterebbe di una raccolta di estratti, soprattutto teofrastei, compilata all’inizio del III secolo aC. Per cui Vegetti non fornisce il testo integrale del IX libro, bensì un riassunto del capitolo 49 del IX libro che suona così: “Come il comportamento degli animali è adeguato al loro carattere, cosi, reciprocamente, il carattere degli animali varia secondo i loro comportamenti e spesso variano anche le loro parti. Così la gallina se ha battuto il maschio imita il canto del gallo, cerca di montarlo e la sua coda e la sua cresta si drizzano. Reciprocamente, i galli che hanno perduto la femmina si occupano della prole e perdono i loro caratteri maschili.” Questo comportamento della gallina è stato riportato anche da Eliano in La natura degli animali V,5: “Quando una gallina vince in combattimento un gallo, per il piacere insuperbisce: ostenta la cresta, anche se questa, per la verità, non è grossa come quella dei galli; tuttavia cerca di metterla in mostra, e avanza tutta impettita, dandosi molte arie.” (traduzione di Francesco Maspero)

[4] In base alle ricerche del Dr Alessandro Viale, veterinario che esercita ad Asti, possiamo avere la certezza che ancor oggi (2003) non sono noti uccelli pentadattili eccetto le razze di pollo oggetto di questa trattazione.

[5] Pietro o Piero o Pier de’ Crescenzi: giudice (Bologna 1233 circa - ivi 1320 o 1321). Nato da una buona famiglia bolognese, studiò logica, storia naturale, medicina e legge presso l’Università di Bologna, divenendo avvocato e scrittore. Con il titolo di Giudice si dedicò all’esercizio della pubblica giustizia in varie sedi: Senigallia (1269), Asti (1271), Imola (1283), Ferrara e Pisa (1286), Brescia (1292), Piacenza (1298). Stanco della pratica avvocatizia, a 70 anni si ritirò dal lavoro impegnativo e decise di dedicarsi ad argomenti di agricultura, diventando noto per un celebre trattato, Ruralium commodorum libri XII (Profitti in agricoltura) scritto nel 1305 circa e dedicato a Carlo II d’Angiò, diffuso come manoscritto in 109 copie (prima edizione: 1471). Per la stesura del testo relativo alle piante e agli animali domestici attinge largamente alle fonti antiche, tra cui Varrone, Columella, Palladio, nonché ad Alberto Magno (ca. 1200-1280)., ma molto ricava dalla propria esperienza. Il trattato ebbe una grande fortuna: fu tradotto in italiano da un anonimo toscano nel XIV secolo (prima edizione: 1478), poi in francese, inglese e tedesco. In suo onore Linneo istituì il genere botanico Crescentia.

[6] Ulisse Aldrovandi, Ornithologiae tomus alter, 1600, pagina 195: Siquidem ante aliquot annos in suburbano meo Gallinam alebam, quae praeterquam quod tota die sola per domum absque caeterarum comitatu vagaretur, vesperi ad quietem sese receptura nullibi nisi prope me inter libros, eosque maiores, etsi aliquoties abacta, recubare vellet. - Infatti alcuni anni addietro allevavo nel mio podere una gallina, la quale, oltre al fatto di vagare da sola per casa tutto il giorno senza la compagnia delle altre, alla sera si sarebbe rifugiata a riposare da nessun’altra parte se non vicino a me, e voleva sdraiarsi tra i libri, e quelli più grandi, anche se alcune volte era stata scacciata.

[7] Alessandri Alessandro: Italian jurist (1461-1523) was born at Naples about the year 1461. He studied law at Naples and Rome, and afterwards practised for a time as advocate in both cities. He is said to have been royal proto-notary at Naples in 1490. Dissatisfied, according to his own account, with the corrupt administration of justice, he at length quitted the bar and devoted himself entirely to literary pursuits, especially to the study of philology and antiquities. A sinecure appointment, which he owed to the favor of the pope, enabled him to lead a life of learned leisure at Rome, where he died on the 2nd of October 1523. His work entitled Dies Geniales appeared at Rome in 1522, and was constructed after the model of the Noctes Atticae of Aulus Gellius, and the Saturnalia of Macrobius. It consists of a confused mass of heterogeneous materials relating to philology, antiquities, law, dreams, spectres, &c., and is characterized by considerable credulity. (http://40.1911encyclopedia.org)

[8] Filelfo Francesco: umanista italiano (Tolentino 1398 - Firenze 1481). Figura rappresentativa del costume del tempo, passò da una corte all'altra e fu abile nel comprare favori con i suoi scritti, a causa dei quali, encomiastici verso gli amici e sferzanti verso i nemici, fu odiato e temuto. A Costantinopoli, dove risiedette dal 1420 al 1427, con già alle spalle una solida educazione umanistica, perfezionò il greco alla scuola di Giovanni Crisolora di cui sposò la figlia. Ritornato in Italia, insegnò per qualche tempo a Firenze donde fu bandito per contrasti con i Medici. Fu poi a Siena, a Bologna, a Pavia e quindi a Milano, al servizio dei Visconti e poi degli Sforza, e a Roma, protetto da Sisto IV. In tarda età fu richiamato a Firenze da Lorenzo de' Medici.

[9] Giraldi Giglio Gregorio - Gyraldus Lilius Gregorius: nessuna notizia biografica in lingua italiana relativa a Lilius Gregorius Gyraldus. Comunque, nacque a Ferrara nel 1479 e morì nel 1552. - Lilius Gregorius Gyraldus or Giraldus (1479-1552), is one of the only suitably-named writers alive close to the date of publication that Yeats mentions (1594), though he deliberately muddies the issue by alluding to older traits in the style of the presentation. As well as Historia Deorum Gentilium (A History of the Pagan Gods), Lilius Gregorius Gyraldus wrote De Annis et Mensibus (Concerning Years and Months; Basel, 1541) which contains a discussion of the Annus Magnus that might have been of particular interest to Yeats. Kathleen Raine also suggests another possibility in a further Ferraran, Giambattista Giraldus (1504-1575), who edited the older Giraldus’ works, and is better known as the Cinthio* whose Ecatommiti provided Shakespeare with the stories of Othello and Measure for Measure. This latter appears as ‘Giraldi’ in the entry preceding ‘Giraldus Cambrensis’ in Chambers Biographical Dictionary (YL 365). (da www.yeatsvision.com) - Gyraldus Lilius Gregorius (born in 1479) from Ferrara, Italy wrote a book about navigation De navigiis et navigationibus, seu de re nautica libellus Basel 1540. (da www.orteliusmaps.com) - Lilius Gregorius Gyraldus, Libellus duo in quorum altero Pytagorae symbola sunt explicata, Basileae, 1551 e poi inserita nella raccolta inglese degli scritti di Ierocle [De providentia et fato, Londini, 1693]. - Giraldi Giambattista detto Cinzio: letterato italiano (Ferrara 1504-1573). Dedicatosi al teatro, compose fra il 1541 e il 1562 nove tragedie, la più nota delle quali è l'Orbecche, ispirandosi a Seneca. In polemica con il Trissino, scrisse un Discorso intorno al comporre dei romanzi (1554), dove propose la formula del “poema romanzesco”, che tentò ufficialmente di attuare nel poema L'Ercole (1557). Nelle 113 novelle degli Ecatommiti (1565) il rigido moralismo controriformistico di Giraldi è contraddetto dalla compiacenza per le vicende scandalose del tempo; da una delle novelle Shakespeare trasse spunto per Otello.

[10] X,156: Ad rem divinam luteo rostro pedibusque purae non videntur, ad opertanea sacra nigrae. Per i servizi divini non sono ritenute incontaminate quelle con le zampe e il becco giallo, quelle nere sono adatte per i riti misterici.

San Tommaso d'Aquino: filosofo, santo, dottore della Chiesa nato ad Aquino (Frosinone) nel 1225 e morto a Fossanova (frazione di Priverno, prov di Latina) nel 1274. Massimo rappresentante della scolastica medievale, discendente dalla famiglia dei conti d'Aquino, compì i suoi studi dapprima a Montecassino, quindi a Napoli, dove Federico II aveva fondato l'Università. All'età di 18 anni entrò nell'ordine domenicano e, dopo un soggiorno nel suo castello di Roccasecca, dove si dedicò allo studio delle Sentenze e dei testi aristotelici (tradotti da Michele Scoto), lasciò l'Italia (1246). Continuò a Colonia gli studi filosofici e teologici e fu discepolo di Alberto Magno. Nel 1252 giunse a Parigi per iniziare l'insegnamento di teologia e insieme a Bonaventura fu aggregato come Maestro all'Università. In questo periodo iniziò la stesura del De ente et essentia e della Summa contra gentiles. Dopo il triennio d'insegnamento fu chiamato presso la Curia e proseguì i suoi spostamenti (Anagni, Viterbo, Orvieto). Fu il periodo dei Commenti ad Aristotele. Intanto aveva terminato la Summa contra gentiles e composto varie Quaestiones, il trattato politico De regimine principum nonché il Commento a Dionigi. Al 1266 ca. risale l'inizio della Summa theologica, il capolavoro. Di nuovo a Parigi per un altro triennio, dovette sostenere gli attacchi mossi alla dottrina aristotelica dagli agostiniani e prendere le distanze dall'averroismo di Sigieri (De unitate intellectus contra averroistas, 1269). Nel 1270, l'arcivescovo di Parigi, Stefano Tempier, condannò 13 proposizioni degli aristotelici, sospette di averroismo. Nel frattempo Tommaso aveva composto alcuni opuscoli filosofici sull'eternità del mondo, sul principio d'individuazione, ecc. Nel 1272 fu richiamato in Italia per organizzare gli studi generali di Napoli e di Orvieto e far rifiorire l'Università napoletana. Invitato da Gregorio X al Concilio di Lione, si mise in viaggio, ma a Fossanova le condizioni della sua salute, già malferma, si aggravarono e morì. Nel 1323 fu beatificato da Giovanni XXII e gli fu attribuito il titolo di Doctor Angelicus. Festa il 28 gennaio.

Caietanus – Jacopo De Vio - Tommaso De Vio: Caietanus è nome latinizzato con il quale è noto il cardinale, teologo e filosofo Tommaso De Vio nato a Gaeta - Caieta – il 20 febbraio 1469 e battezzato col nome di Jacopo, morto a Roma il 10 agosto 1534. Le date di nascita e di morte sono discordanti a seconda delle fonti. Abbiamo scelto quelle più usate. Entrato nell'ordine dei domenicani all'età di sedici anni assumendo il nome di Tommaso, compì gli studi presso le università di Napoli e Bologna. Dopo un'esposizione delle Sentenze, fu ammesso al corpo insegnante dell'Università di Padova. Insegnò poi teologia a Pavia e filosofia ed esegesi alla Sapienza di Roma. I suoi confratelli lo vollero generale dell'ordine e Leone X lo creò cardinale nel 1517. Ad Augusta rappresentò la Santa Sede contro Lutero e alla Dieta di Francoforte appoggiò la nomina a imperatore di Carlo V. Ritornato a Roma stese la bolla Exurge Domine contro Lutero. Durante il sacco di Roma, subì la prigione. "Cajetan has been described as small in bodily stature but gigantic in intellect.": così recita la Catholic Encyclopedia nel web. Scolastico e tomista convinto, il suo nome è legato al commento della Summa theologica di San Tommaso d'Aquino, che lo tenne occupato per una quindicina d'anni nell'analisi dei diversi tomi: Commento alla prima parte (1507), alla seconda parte (1511 e 1517), alla terza parte (1520). In filosofia le sue opere più notevoli sono: Commentaria super tractatum de ente et essentia Thomae de Aquino (1496), Commentaria in libros posteriorum analyticorum (1496), Commentaria in Porphyrii Isagogen ad praedicamenta Aristotelis (ca. 1497), Commentaria in Aristotelis praedicamenta (1498), De nominum analogia (1498), Commentaria in III libros Aristotelis de anima (1509). Altra opera teologica: De auctoritate Papae et Concilii utraque invicem comparata (1511).

Parlando del gallo, e specificamente nel paragrafo h, Gessner non riporta questa citazione di Festo, riferita invece da Giraldi Historiae Deorum Gentilium (1548) Syntagma VII. Festo parla di galline immolate a Esculapio alla voce In Insula del suo De verborum significatione che abbiamo già riportato e che riproponiamo: In Insula – Aesculapio facta aedes fuit, quod aegroti a medicis aqua maxime sustententur. Eiusdem esse tutelae draconem, quod vigilantissimum sit animal: quae res ad tuendam valetudinem aegroti maxime apta est. Canes adhibentur eius templo, quod is uberibus canis sit nutritus. Bacillum habet nodosum, quod difficultatem significat artis. Laurea coronatur, quod ea arbor plurimorum remediorum. Huic gallinae immolabantur.

Liceti Fortunio: medico e filosofo italiano (Rapallo 1577 - Padova 1657). Si laureò in filosofia e medicina all'Università di Genova e insegnò logica a Pisa, filosofia a Padova (1609) e poi a Bologna. Tornò a Padova nel 1645 a insegnare medicina. Peripatetico, sostenne le posizioni aristoteliche e galeniche in numerose opere di medicina e di filosofia naturale. Personalità piena di contrasti, fu sempre esitante fra l'accettazione delle nuove teorie fisiche e astronomiche di Galilei e l'originaria fedeltà all'aristotelismo. Nei suoi scritti, in cui filosofia e scienze mediche risultano in vari modi  miscelate, non mancano interessanti intuizioni. Dedicò particolari studi alla teratologia e può esserne considerato un precursore. Tra le opere biologiche possiamo citare: De monstruorum natura, causis et differentiis (1616), De spontaneo viventium ortu (1618) sul dibattuto problema della generazione spontanea di insetti e vegetali dai processi di putrefazione, De motu sanguinis origineque nervorum (1647) in polemica con William Harvey. Numerosi gli scritti di erudizione antiquaria che volutamente tralasciamo.

[11] Fenici: popolazione semitica di nord-ovest che abitava la costa siriana fra il sec. XIII aC e l'età romana. Il nome attribuito dai Greci significa rosso porpora, tipico prodotto locale grazie al quale i Fenici incrementarono le loro fonti di reddito. I Fenici acquisirono uno stacco politico e culturale rispetto all'entroterra siro-palestinese verso il sec. XII aC, anche se sul piano etnico-linguistico e culturale essi sono i diretti continuatori dei Cananei: abitavano una stretta striscia di terra tra i monti (Libano) e il mare, in città-Stato situate su isolette (Tiro, Arwad) o sulla costa (Sidone, Biblo, Beirut). L'insufficienza del territorio nonché la felice posizione commerciale tra i grandi mercati dell'Oriente (Babilonia e Assiria, Egitto, Siria, Anatolia) e le terre dell'Occidente mediterraneo, determinarono la vocazione commerciale e artigianale dei Fenici. La storia delle città fenicie nei secoli XII-X aC è saltuaria: di Biblo parlano il racconto egiziano di Wenamon e una serie di epigrafi regie locali; testi assiri (Tiglatpileser I, re assiro che regnò dal 1115 al 1077 aC) danno notizie su Arwad e la Fenicia settentrionale; l'Antico Testamento parla del re di Tiro Hiram. Già nel secolo XI si sviluppò la navigazione fenicia nel Mediterraneo, alla ricerca di metalli, verso Cipro, la Sardegna e la Spagna. Le date della tradizione greca per la fondazione delle prime colonie (Cadice 1110, Utica 1101) si riferiscono a queste antiche spedizioni mercantili. La crescente pressione militare dell'Assiria (nel 743 la Fenicia settentrionale con capitale Sumura, nel 677 la Fenicia centrale con capitale Sidone, nel 671 la Fenicia meridionale con capitale Usu, divennero province assire) e lo sviluppo commerciale e coloniale delle città greche persuasero i Fenici a passare dalla navigazione mercantile con punti d'appoggio alla fondazione di vere colonie di popolamento: Cartagine (814-813 aC); Mozia, Palermo, Solunto (Sicilia); Cagliari, Nora, Sulcis, Tharros (Sardegna); nella Spagna meridionale e nelle Baleari. Le colonie si resero autonome e si organizzarono sotto il predominio di Cartagine. Le città della Fenicia invece, dopo il duro periodo di dominazione assira e babilonese, si ripresero nei sec. VI-IV sotto l'Impero persiano interessato a mantenere buoni rapporti per usufruire della flotta fenicia nelle guerre contro i Greci. Alla metà del sec. IV però la penetrazione commerciale e culturale greca in Oriente e sintomi di crisi dell'Impero persiano determinarono rivolte delle città fenicie, cosicché la spedizione di Alessandro Magno fu accolta con favore (a esclusione di Tiro espugnata nel 333 aC). Con l'inserimento nei regni ellenistici, la Fenicia, esposta alla penetrazione economica, demografica e linguistica greca, cessò di avere una storia autonoma.

[12] Al tempo di Salomone le notizie sui Fenici si fanno ancora più precise e più ricche: a Tiro regna ancora Hiram (969 - ca. 936) che ingrandisce la città e l'abbellisce con nuovi templi e opere pubbliche. In questo periodo i rapporti tra i Fenici di Tiro e gli Israeliti sono molto buoni e improntati al riconoscimento della rispettiva autonomia; un particolare curioso, che rivela bene lo spirito d'amicizia che unì i due re, è quello che ci mostra Salomone e Hiram in gare di sapienza, intenti a risolvere gli indovinelli che a vicenda si pongono. Al di là di questi episodi aneddotici, sta il fatto piuttosto rilevante di una spedizione marittima nel paese di Ofir (Mar Rosso) intrapresa in comune dai due re: Salomone costruì le navi, dice la Bibbia, ma Hiram fornì i marinai, «navigatori esperti del mare». (da www.cronologia.it/mondo61a.htm)

[13] Cassiterite: dal greco kassíteros, stagno, è un minerale composto da ossido di stagno, con formula SnO2. Cassiteridi: antica denominazione delle isole Scilly, situate a sud della Cornovaglia in Britannia, dove specialmente i Fenici, e poi i Cartaginesi, andavano a rifornirsi di stagno che in greco era appunto detto kassíteros. Le navi di Cartagine si spinsero oltre Gibilterra, a sud fino al Camerun, a nord fino in Islanda sulla rotta per i rifornimenti di stagno. Isole Scilly: arcipelago (16,3 km2; 2400 ab.) dell'Oceano Atlantico, appartenente alla Gran Bretagna (contea inglese di Cornwall and Isles of Scilly). Posto all'imbocco occidentale della Manica, 40 km a SW del Land's End, consta di circa 150 isole e isolette, di cui le maggiori sono Saint Mary's, Saint Martin's, Tresco, Bryher e Saint Agnes. Centro principale è Hugh Town, sull'isola di Saint Mary's.

[14] Ma non per questo i Fenici esitarono dal lanciarsi in imprese più rischiose verso mete lontane: secondo Erodoto (ca. 485-ca. 425 aC) compirono addirittura la circumnavigazione dell'Africa (conosciuta sotto il nome di "Periplo di Annone") e raggiunsero le Canarie e le Azzorre, e forse accidentalmente l'America del Sud.” (da www.cronologia.it/mondo61b.htm)

[15] Zarephath: significa fonderia, un'officina per raffinare e fondere i metalli; piccola città fenicia che ora si chiama Surafend o Sarafand, a circa 2 km dalla costa, quasi a mezza strada fra Tiro e Sidone. Qui Elia soggiornò con una povera vedova durante la grande carestia, quando il cielo rimase chiuso tre anni e sei mesi (Luca 4:26; I Re 17:10). Nel Nuovo Testamento è chiamata Sarepta (Luca 4:26).

[16] Kanah: è stata identificata con 'Ain-Kana o Qana, un villaggio sul ciglio di una valle, circa 11 km a sud-est di Tiro. Circa 2 km a nord di questa località si trovano numerose rovine disseminate all’intorno, e in un vicino burrone si trovano figure di uomini, donne e bambini intagliate nella parete rocciosa, ritenute di origine fenicia.

[17] Riferito da Caitlin Matthews in I Celti, Xenia, 1993.

[18] Albino Garzetti, note storico critiche in La guerra gallica, Einaudi, 1996.

[19] Ponto: è il Mar Nero, ma anche la personificazione mitica del mare nella religione greca. Nel sistema cosmogonico di Esiodo, Ponto compare come figlio di Gaia (Terra), che poi, accoppiandosi con la madre, genera mostruosi esseri marini (Taumante, Forco, Ceto ed Euribia).

[20] Ponto: regione storica dell'Asia Minore, affacciata a nord al Mar Nero e limitata dall'Armenia a est, dalla Cappadocia a sud, dalla Galazia a sudovest e dalla Paflagonia a ovest.

[21] Stadio: misura itineraria in uso nell'antica Grecia, equivalente alla lunghezza di 600 piedi. Il piede attico e romano equivaleva a metri 0,296. 1 stadio = 600 piedi = 600 x 0,296 = metri 177,6. Per cui 22.000 stadi equivalevano a km 3.907,2.

[22] Un'antica leggenda greca vuole che Io, mutata in giovenca, abbia attraversato a nuoto il passaggio e dato il nome al Bosforo, dal greco boós póros, guado del bue.

[23] Si tratta del santuario di Zeus Ourios, cioè “che manda venti favorevoli”.

[24] Eraclito di Efeso: filosofo greco (Efeso ca. 520-ca. 460 aC), detto il filosofo del divenire.

[25] Orgìa: in greco orghyiá, derivato dal verbo orégø che significa tendere; è la tesa, cioè una misura equivalente alle due braccia distese. In seguito venne a definire una misura determinata equivalente a 4 cubiti (cubito greco e romano = m 0,444) oppure a 6 piedi (piede attico e romano = m 0,296).

[26] La spedizione di Dario contro gli Sciti si svolse intorno al 513 aC.

[27] Io: eroina della mitologia greca, amante di Zeus, sotto la specie umana e sotto la specie di una vacca, alla quale il dio si univa sotto forma di toro. Io è collegata anche alla sposa di Zeus, la dea Era, della quale è una sacerdotessa in Argo; questo rapporto viene sconvolto dalla relazione amorosa con Zeus, ed Era diventa la persecutrice di Io. Proprio per farla sfuggire a questa persecuzione Zeus la trasforma in vacca; ma Era s'impadronisce di Io e la tiene sotto la sorveglianza di Argo. Quando Ermete, per comando di Zeus, uccide Argo, Era avventa contro Io un tafano che la fa errare in continuazione. Giunta in Egitto, Io finalmente trova la pace.

[28] Crisopoli fu occupata nel 410 aC nel corso della guerra del Peloponneso. Alcibiade: il famoso uomo politico e generale ateniese (ca. 450-404 aC).

[29] Gli etesii sono freschi venti estivi che soffiano da nord.

[30] Abido e Sesto: situate l’una di fronte all’altra rispettivamente sulla costa asiatica dell’Ellesponto e nel Chersoneso tracio.

[31] Cizico, come Abido, era una colonia milesia, cioè degli abitanti di Mileto, antica città dell'Asia Minore, nella Caria, presso la costa del Mar Egeo, a sud della foce del fiume Meandro, in una posizione atta a controllare il percorso che dal mare porta direttamente all'altopiano della Frigia e tale da costituire tappa importantissima del commercio nell'entroterra.

[32] Noto: personificazione mitica del vento del sud, nella religione greca antica. È un figlio di Eos (Aurora) e di Astreo, e quindi fratello di Borea e Zefiro. Borea è la tramontana e spira da nord, mentre Zefiro  è il vento mite, primaverile, che soffia da occidente.

[33] Polibio quando si riferisce al “poeta” generalmente intende Omero, e in questo caso sembrerebbe trattarsi dell’Odissea XI, 582 e seguenti.

[34] Probabilmente erano i due strateghi di Bisanzio allora in carica. Nell'antica Grecia lo stratega era il capo dell'esercito e della flotta.

[35] Prusia I: re di Bitinia, salito al trono nel 230 aC e morto nel 181 aC.

[36] Attalo I di Pergamo fu al potere dal 241 al 197 aC. Acheo si proclamò re nel 220 aC e Antioco III di Siria riuscì a porre fine all’indipendenza del suo regno, con capitale Sardi, solo nel 214 aC, dopo una guerra triennale combattuta in alleanza con Pergamo.

[37] Soterie: feste religiose dell’antica Grecia spesso accompagnate da agoni ginnici e musicali, istituite per lo più in onore di qualche divinità salvatrice (søtër, salvatore). Le Soterie più note sono quelle di Delfi istituite dopo la liberazione della Grecia dall’invasione dei Celti.

[38] Tibete: fratellastro del padre di re Prusia I, che l’aveva spinto in esilio una volta asceso al trono, poteva creare delle difficoltà a Prusia rivendicando per sé il regno di Bitinia.

[39] Misia: antica regione dell'Asia Minore compresa tra la Propontide (Mar di Marmara) a nord, il Mar Egeo a ovest, la Lidia a sud e la Bitinia e la Frigia a est.

[40] Tolomeo IV Filopatore re d'Egitto (244-204 aC), succeduto al padre Tolomeo III Evergete nel 221 aC. Nel 217 aC sposò la sorella Arsinoe. Debole e corrotto, lasciò la cura degli affari di Stato a ministri intriganti che lo convinsero a uccidere la madre e il fratello e che, poco dopo la sua morte, uccisero la sorella e moglie Arsinoe. Vinse a Rafia (217) Antioco III di Siria, ma per un decennio dovette fronteggiare gravi rivolte all'interno.

[41] Espressione proverbiale che significa proposte di pace e minacce di guerra.

[42] Ieromnemone: era il custode delle cose sacre; a Bisanzio era il primo magistrato o sommo sacerdote.